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e che venga riportato interamente e senza alcuna
modifica o aggiunta.
- I vegan e i vegetariani sono
a rischio di carenza di ferro e zinco?
- I vegan e i vegetariani sono
a rischio di carenza di calcio?
- I vegan e i vegetariani sono
a rischio di carenza degli altri minerali?
- I vegan e i vegetariani sono
a rischio di carenza di proteine? Le proteine
animali sono indispensabili?
- I vegan e i vegetariani sono
a rischio di carenze vitaminiche?
- Il fatto che l'alimentazione
vegan sia carente di vitamina B12 e, secondo
i suoi detrattori, di altri nutrienti, significa
che essa non è una dieta naturale?
- Se diventassimo tutti vegan ci
sarebbe abbastanza terra per coltivare i vegetali
necessari a soddisfare le esigenze alimentari
dell'umanità?
- E' più ecologicamente sostenibile
la produzione di alimenti vegetali o la produzione
di alimenti di origine animale?
- I bambini e i neonati devono
mangiare carne, uova e latte?
- Come deve mangiare i vegan e
i vegetariani per non incorrere in carenze?
Quali sono le possibili carenze alimentari e
come si possono compensare?
- E' vero che secondo gli studi
scientifici i vegan e i vegetariani hanno una
salute migliore rispetto gli onnivori?
- Il latte è un alimento sano,
completo e previene l'osteoporosi? Eliminarlo
dalla dieta è controproducente?
- L'uovo è un alimento sano e
utile nell'alimentazione umana?
- Quanti ritengano che il peso
della rinuncia a mangiare carne o altri prodotti
animali non valga i benefici per la propria
salute, perché dovrebbe diventare comunque vegan
o vegetariani?
- Perché escludere anche il pesce
dalla propria dieta? Non è forse vero che il
pesce fa bene?
- Gli sportivi possono essere
vegan o vegetariani?
- Se l'alimentazione vegan e vegetariana
è preferibile, perché la stampa e la TV talvolta
la sconsigliano?
- Gli uomini sono onnivori e devono
mangiare anche carne?
- I vantaggi di una dieta vegan
o vegetariana sono ottenibili semplicemente
modificando una dieta onnivora o assumendo certi
integratori? E' necessario essere vegan o vegetariani
per minimizzare i rischi di patologie prevenibili
con l'alimentazione? Tali diete aumentano l'incidenza
di patologie carenziali?
-
Bibliografia
-
Appendice
Il primo scopo di queste FAQ
è quello di fornire delle risposte credibili e
documentate alle più frequenti critiche che vengono
rivolte al veganismo e al vegetarismo. La lettura
attenta del testo dimostra che gran parte di queste
critiche sono il frutto di convinzioni e opinioni
prive di fondamento scientifico e che l'alimentazione
vegan e vegetariana correttamente bilanciata è
non solo possibile, ma anche consigliabile.
Il secondo scopo di queste FAQ
è quello di fornire nel contempo e in maniera
sintetica alcuni consigli fondamentali su come
organizzare un'alimentazione vegan o vegetariana,
ovviamente senza alcuna pretesa di essere esaustivi.
Il testo è strutturato in modo che sia possibile
leggere anche solo le risposte alle domande/affermazioni
che interessano maggiormente.
Ferro e zinco sono due minerali
comunemente ritenuti carenti nelle diete vegan
e vegetariane. Questa diffusa convinzione è tuttavia
in larga misura infondata: sebbene la carne sia
una buona fonte di ferro eme, cioè del tipo di
ferro meglio assimilabile (al contrario di latte,
latticini e uova, che ne contengono poco o nulla)
e zinco (presente anche nei latticini e nelle
uova) le diete vegan e vegetariane correttamente
bilanciate sono in grado di fornire quantità adeguate
di questi minerali, come dimostrano numerosi studi
(1-6). E' invece vero che i vegan e i vegetariani
hanno generalmente riserve di ferro (cioè livelli
di ferritina) inferiori agli onnivori sebbene
i vegetariani non abbiano una maggiore probabilità
dei non vegetariani di avere livelli di ferritina
sotto i limiti della norma (20). Ci inoltre sono
buone ragioni per ritenere che questo sia più
che altro un vantaggio per vegan e vegetariani,
o, quantomeno che ciò non abbia conseguenze negative.
Infatti livelli di ferritina ("riserve" di ferro)
più bassi con una sideremia (ferro nel sangue)
normale non hanno influenze negative sulla salute,
mentre alcuni studi correlano livelli di ferritina
elevati con l'aumento dell'incidenza di patologie
cardiovascolari e tumori e anche l'elevata assunzione
di ferro (e in particolare proprio di ferro eme),
è correlata con l'aumento di patologie cardiovascolari
e diabete.(14-16,21-25). L'adeguatezza della dieta
vegan e vegetariana quanto all'apporto di ferro
è dimostrata soprattutto dal fatto che l'incidenza
di anemia non differisce tra vegan/vegetariani
e onnivori (4). Il ferro contenuto nei vegetali
è meno biodisponibile di quello contenuto nei
cibi animali ma l'assunzione nello stesso pasto
di cibi ricchi in vitamina C (peperoni, agrumi,
kiwi, broccoli, ecc.) e acido citrico (agrumi)
consente di rendere il ferro vegetale molto più
assimilabile (un bicchiere di succo d'arancia
quadruplica l'assimilabilità del ferro contenuto
in un pasto) (7).
Considerando che:
-
i vegetariani e in particolare
i vegan assumono più ferro sebbene del tipo
meno assimilabile (17), vitamina C (18) e
acido citrico rispetto ai non vegetariani;
-
solo il 40% del ferro contenuto
nella carne è ferro eme (19), il resto è non
eme come nei vegetali;
-
in caso di riduzione della
sideremia l'apparato digerente aumenta la
sua capacità di assimilare il ferro non-eme
per compensare eventuali carenze (9),
è chiaro il perché sia facile
evitare l'anemia da carenza di ferro nelle diete
vegan e vegetariane. Vino rosso, cioccolato, caffè
e tè, riducono l'assimilabilità del ferro non
eme e pertanto è preferibile assumerli lontano
dai pasti. Anche i latticini possono ridurre considerevolmente
(tra il 30% e il 50%) l'assimilazione del ferro
vegetale, per via del loro alto contenuto di calcio
(8). Il ferro è presente in abbondanti quantità
in tutti i legumi, nel cavolo, nei broccoli (e
in generale in tutte le crocifere), nei cereali
integrali e nella frutta secca. Quanto allo
zinco, sebbene le diete vegan e vegetariane possano
contenerne meno, esse non aumentano il rischio
di carenze (2,10) anche perché una diminuzione
dell'assunzione di zinco fa sì che esso sia assorbito
in modo più efficiente durante la digestione (11).
Il calcio diminuisce l'assimilazione anche di
questo minerale (12) e pertanto una dieta ricca
di latticini può facilitare la carenza di zinco
(13). Buone fonti vegetali di zinco sono i legumi
(ceci in particolare), i semi di zucca, il lievito
alimentare, il muesli e i cereali integrali.
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E' essenziale che la propria
alimentazione contenga quantità adeguate di calcio
(sono generalmente consigliabili 800 mg al giorno)
essendo questo minerale fondamentale per la formazione
dello scheletro. Esso è abbondante nei latticini
ed infatti i vegetariani ne assumono quantità
pari o superiori rispetto agli onnivori (1-4),
escludendo possibili carenze nutrizionali, come
dimostra il fatto che i vegetariani hanno una
densità ossea pari o superiore rispetto agli onnivori
(5-7). Per i vegan la questione è più complessa:
sebbene diversi studi (8,9) non rivelino carenze
alimentari, altri autori hanno constatato che
l'assunzione di calcio nella dieta vegan è al
di sotto della dose giornaliera raccomandata.
In realtà il problema non è
solo quanto calcio si assume, ma anche quanto
calcio viene escreto tramite le urine e le feci,
dato che ciò che realmente conta è assumere il
calcio necessario a compensare quello che viene
eliminato dal corpo e quest'ultimo parametro è,
ai fini della salute del proprio scheletro, molto
più importante del primo (10). Infatti un recente
studio conclude che, mentre l'attività fisica
influenza positivamente la densità ossea, l'assunzione
di calcio non la influenza, perfino in soggetti
onnivori che consumano soltanto 500 mg di calcio
al giorno, durante il periodo di massima importanza
per la formazione dello scheletro (12-18 anni)
(11). Le proteine animali e i cibi che le contengono
possono aumentare notevolmente la quantità di
calcio eliminato dal proprio corpo (12), mentre
le proteine vegetali (in particolare quelle dei
legumi) contribuiscono notevolmente meno a questo
fenomeno (13). Di conseguenza, sebbene i vegan
possano assumere meno calcio degli onnivori, il
loro bisogno di questo minerale è probabilmente
minore a causa della minore quantità escreta dal
loro corpo. Sebbene questa tesi non sia ancora
stata definitivamente dimostrata e siano ancora
necessari altri studi, diverse ricerche epidemiologiche
mostrano che l'osteoporosi e le fratture ossee
sono più comuni tra le popolazioni che consumano
molti latticini e altri alimenti animali (14-16)
rispetto alle popolazioni che al contrario consumano
pochi latticini (naturalmente questo non prova
che i latticini siano causa dell'aumentata incidenza
di osteoporosi). Altri studi rilevano che una
alimentazione ricca di frutta e verdura è associata
ad una maggiore densità ossea (17,18). Quanto
alla biodisponibilità del calcio contenuto nei
vegetali bisogna dire che essa è piuttosto variabile
a seconda dei cibi ed è generalmente minore nei
legumi e maggiore nelle crocifere (cavolo, cavolfiore,
ecc.) il cui calcio è anche più assimilabile di
quello del latte di vacca (22). Il calcio nel
latte di soia fortificato ha una biodisponibilità
inferiore del 25% rispetto a quello contenuto
nel latte (21), ma questo tipo di latte vegetale
rimane comunque un'ottima fonte di questo minerale.
Il calcio è abbondantemente presente anche negli
spinaci, bietole e rabarbaro, ma ha una biodisponibilità
molto bassa. Un altro fattore che influenza notevolmente
l'escrezione di calcio è il sodio. Più sodio si
assume nei cibi, più calcio viene espulso dall'organismo
(19) ed è pertanto essenziale ridurre il sale
da tavola (cloruro di sodio) e i cibi che contengono
abbondanti quantità di questo minerale (in generale
i cibi elaborati, specie di cibi animali e quelli
serviti nei fast-food come gli hamburger). Un'alimentazione
vegan e vegetariana basata su frutta e verdura
fresca, con un ridotto consumo di prodotti confezionati
(hamburger di soia, ecc.) e di sale aggiunto ai
cibi, contiene sicuramente meno sodio rispetto
l'alimentazione onnivora media.
Infine anche il fosforo ha una
notevole importanza dato che esso dovrebbe essere
presente nell'alimentazione in quantità pari al
calcio e l’eccesso di fosforo può causare problemi
allo scheletro anche se si assumono adeguate quantità
di calcio (20). Sono ancora una volta i cibi animali
(soprattutto la carne e il pesce), oltre che le
bibite, a contenere la maggior parte del fosforo
introdotto con l'alimentazione e quindi una dieta
vegan e vegetariana sono preferibili anche da
questo punto di vista. In definitiva i vegan dovrebbero
semplicemente prestare attenzione a ottimizzare
la propria assunzione di calcio, mangiando alimenti
vegetali ricchi di questo minerale come tofu del
tipo preparato con solfato di calcio, cavolfiore,
cavolo, rapa, fagioli, fichi secchi, latte di
soia fortificato, tahini, semi di sesamo tostati.
La maggior parte del tofu disponibile in Italia
è prodotto con nigari, ma questi tipi di tofu
sono una modesta fonte di calcio ed è bene cercare
marche che usino come addensante il solfato di
calcio. Al momento in Italia sarebbe disponibile
almeno un tipo di tofu prodotto con solfato di
calcio, quello della ditta francese Soy. Anche
i vari latti vegetali venduti in Italia sono spesso
privi di calcio aggiunto. Il latte vegetale addizionato
di calcio più comunemente reperibile in Italia
è della il Soy Drink Plus della Provamel. La Imagine
Foods produce invece un latte di riso, il Rice
Dream, anche addizionato con calcio. Anche la
scelta di un’acqua minerale ad alto contenuto
di calcio potrebbe essere utile per aumentare
l'apporto complessivo di questo minerale, dal
momento che numerosi studi rilevano che il calcio
dissolto nelle acque è biodisponibile tanto quanto
quello presente nei latticini (o addirittura di
più), sebbene sia considerevolmente meno concentrato
(23-27).
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Secondo numerosi studi epidemiologici
le diete vegan e vegetariane non comportano rischi
di carenze di minerali (1-9).
-
Lo iodio, necessario
per il funzionamento della tiroide, è presente
in quantità adeguate nei latticini; per i
vegan vi possono essere carenze (a causa della
variabilità del contenuto di iodio dei vegetali,
in funzione del terreno su cui sono coltivati)
che sono facilmente prevenibili usando sale
iodato o introducendo nella propria dieta
moderate quantità di alghe, ricchissime di
questo minerale.
-
Il selenio è un antiossidante
contenuto sia negli alimenti vegetali che
in quelli animali. Negli alimenti vegetali,
il contenuto di questo minerale è variabile
come quello dello iodio e può essere carente
nell'alimentazione dei vegan di alcuni paesi
dell’Europa del nord. Diversi studi non hanno
rilevato carenze per vegan e vegetariani (3,4).
-
Il rame è contenuto
in molti vegetali e la sua carenza è molto
rara. I vegetariani e soprattutto i vegan
ne assumono quantità maggiori che gli onnivori
(4-6).
-
Il magnesio è importante
per il funzionamento di numerosi enzimi e
per il tessuto osseo. I vegetariani e soprattutto
i vegan ne assumono più degli onnivori (1,6)
essendo questo minerale presente soprattutto
nei cereali integrali.
-
Il fosforo è essenziale
per la formazione dello scheletro e deve essere
presente nella dieta in quantità pari al calcio,
ma i consumatori di carne e di bibite tendono
ad assumerne troppo con conseguenze negative
per le ossa. Vegan e vegetariani ne assumono
quantità adeguate e non eccessive, diversamente
da quanto spesso avviene per gli onnivori.
-
Il potassio è importante
per mantenere bassa la pressione sanguigna
e per la salute delle ossa. Frutta e verdura
ne sono particolarmente ricchi e infatti i
vegan e i vegetariani ne consumano quantità
adeguate e superiori a quelle degli onnivori,
ciò che spiega in parte la minore incidenza
di ipertensione (7).
-
Cromo, manganese
e molibdeno sono oligoelementi con
diverse funzioni (non tutte note) nel nostro
organismo. L’apporto di questi minerali nelle
diete vegan e vegetariane è adeguato essendo
contenuti abbondantemente nei cibi vegetali
(8,9).
(1) Abdulla, M. et al.,
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E' una credenza tanto diffusa
quanto infondata che le proteine animali siano
indispensabili o migliori di quelle vegetali e
che quindi i vegan e i vegetariani siano
a rischio di carenze proteiche.
Gli studi epidemiologici e sperimentali
su esseri umani hanno ampiamente dimostrato che
una dieta vegan e vegetariana è perfettamente
in grado di coprire il fabbisogno proteico di
qualunque persona (1), anche di chi pratica sport
o compie lavori pesanti, come è dimostrato dalla
popolazione rurale cinese che pur consumando quantità
minime di carne o pesce (e quindi ricavando le
proteine quasi esclusivamente dai vegetali) (2)
è tranquillamente in grado di svolgere i lavori
agricoli (si tenga anche presente che l’agricoltura
cinese è meno meccanizzata di quella dei paesi
occidentali e dunque necessita maggiori sforzi
fisici) (3).
Spesso si sente affermare che
le proteine animali sono proteine “nobili” diversamente
da quelle contenute dei vegetali. In realtà, questa
affermazione ha ben poca rilevanza. Infatti le
proteine sono costituite da aminoacidi alcuni
dei quali possono essere sintetizzati dall’organismo
umano mentre altri (gli aminoacidi essenziali)
devono necessariamente essere introdotti con l'alimentazione.
Le proteine contenute nei cibi animali contengono
da sole tutti questi aminoacidi nelle giuste proporzioni
(quindi per i vegetariani il problema non si pone
neppure), mentre è necessario assumere diversi
cibi vegetali per ottenere le giuste proporzioni
di questi aminoacidi. Tuttavia, non bisogna affatto
credere che la necessità di combinare diversi
cibi vegetali sia uno svantaggio o che sia comunque
più complicato, dato che in un'alimentazione vegan
corretta ciò avviene automaticamente senza bisogno
di particolari accorgimenti. Chiunque mangi nell’arco
della giornata dei cereali (pane, pasta, riso,
ecc.) e, nello stesso pasto o in pasti diversi,
dei legumi (come i fagioli, le lenticchie, i ceci,
ecc.) ottiene tutti gli aminoacidi necessari nelle
giuste quantità e proporzioni (1,9). Infatti,
i legumi sono carenti in metionina e cisteina,
aminoacidi abbondanti invece nei cereali, mentre
i cereali sono carenti in lisina e treonina, abbondanti
invece nei legumi. Il consumo di legumi e cereali
nell’arco della giornata e non necessariamente
nello stesso pasto, consente di ottenere tutti
gli aminoacidi indispensabili nelle giuste quantità.
In sintesi è il corretto apporto di aminoacidi
ad essere indispensabile, e l'alimentazione vegan
soddisfa pienamente questa esigenza se l’apporto
calorico complessivo è adeguato (4-7). La soia
è l’unico legume in grado di fornire da solo,
senza essere associato ai cereali, tutti gli aminoacidi
necessari nelle giuste proporzioni (9). I vegetariani
che mangiano latticini e uova assumono ovviamente
le stesse proteine animali della carne.
Il vantaggio di ricavare le
proteine dai vegetali anziché dai cibi animali
è che, così facendo, si può soddisfare i propri
bisogni alimentari senza introdurre colesterolo
e grassi saturi, notoriamente deleteri per la
salute e inevitabilmente presenti in tutti i cibi
animali (1,10). Inoltre le proteine animali, a
differenza di quelle vegetali, aumentano considerevolmente
l'escrezione di calcio e di conseguenza il rischio
di osteoporosi (11-14). Secondo alcuni studi il
consumo di queste proteine aumenterebbe anche
il rischio di contrarre patologie cardiovascolari
e il diabete (18) anche per bambini (19).
Un adeguato apporto di proteine,
specie di origine vegetale è però essenziale per
la salute dello scheletro e le diete fortemente
ipoproteiche, cioè a bassissimo contenuto di proteine,
indipendentemente dalla loro origine, sono da
sconsigliare anche per i loro effetti negativi
sullo scheletro (15).
Val la pena di ricordare che
la convinzione per cui le proteine vegetali sarebbero
da sole inadeguate a soddisfare i bisogni proteici
dell’uomo deriva dalle solite fuorvianti conclusioni
delle ricerche sperimentali compiute su animali
(16), ricerche che hanno ampiamente dimostrato
di essere notevolmente inaffidabili oltre che
prive di fondamento scientifico (17).
(1) Messina VK, Burke KI,
Position of the American Dietetic Association:
Vegetarian Diets. J Am Diet Assoc 1997;97:1317-1321.
(2) Chen J, Campbell TC, Li J, Peto R. In: Diet,
Life-style and Mortality in China. A study of
the characteristics of 65 Counties. Oxford University
Press, Cornell University Press, and the China
People's Medical Publishing House; 1990.
(3) Anne Simon Moffat, "China: A Living Lab for
Epidemiology", Science n. 248, 4 maggio, 1990,
pag.554. Il 70% delle proteine nell'alimentazione
occidentale deriva da prodotti animali. In Cina
solo l’11% delle proteine deriva da carne o pesce
mentre l’89% deriva da fonti vegetali.
(4) Abdulla, M. et al., Nutrient intake and health
status of vegans: chemical analyses of diets using
the duplicate portion sampling technique. American
Journal of Clinical Nutrition v.34, p.2464-2477(1981).
(5) Roshanai F., Sanders T.A.B., Hum. Nutr.: Appl.
Nutr., 38A: 345-354 (1984).
(6) Lockie A.H. et al., Hum. Nutr.: Appl. Nutr.,
41A:204-211 (1985).
(7) Rana S.K., Sanders T.A.B., Br. J. Nutrition
56:17-27 (1986).
(8) Draper A. et al., Br. J. Nutrition, 69:3-19
(1993).
(9) Young VR. Soy protein in relation to human
protein and amino acid nutrition. J Am Diet Assoc.1991;91:828-835.
(10) Barnard N.D., Nicholson A., Howard J.L.,
The Medical Costs Attributable to Meat Consumption.
Preventive Medicine, vol.24, 1995, pag.646-655.
(11) Cumming RG, Klineberg RJ. Case-control study
of risk factors for hip fractures in the elderly.
Am J Epidemiol 1994;139:493-503.
(12) Abelow B.J. et al., Calcif Tissue Int 50:14-18,
(1992).
(13) Breslau N.A. et al., J Clin Endocrinol Metabol
66:140-146 (1988).
(14) Remer T, Manz F., Estimation of the renal
net acid excretion by adults consuming diets containing
variable amounts of protein. Am J Clin Nutr 1994;59:1356-61.
(15) Kerstetter J.E., Insogna K.L., Dietary Protein,
calcium and bone Metabolism: Time to revisit.
Vegetarian Nutrition Update, Vol. X N.3, primavera
2001.
(16) The Dietitian’s Guide to Vegetarian Diets,
M e V. Messina, 1996, Aspen Publ., USA, pag.86.
(17) La letteratura sui gravi limiti scientifici
della sperimentazione animale è molto ampia. In
questa sede mi limito ad indicare i seguenti libri:
“Brute Science”, H. LaFollette & N. Shanks;
Routledge, 1996; “L’inganno Crudele”, R. Sharpe;
Ed. Borla, 1992; “Gli animali e la ricerca”, S.
Cagno; Ed. Muzzio, 1997. Una bibliografia più
completa può essermi richiesta per e-mail (lormar@comm2000.it).
(18) McCarty MF, Vegan proteins may reduce risk
of cancer, obesity, and cardiovascular disease
by promoting increased glucagon activity. Med
Hypotheses 1999 Dec;53(6):459-485.
(19) Kitagawa T, Owada M, Urakami T, Yamauchi
K., Increased incidence of non-insulin dependent
diabetes mellitus among Japanese schoolchildren
correlates with an increased intake of animal
protein and fat. Clin Pediatr (Phila) 1998 Feb;37(2):111-115.
La dieta vegetariana è in grado
di fornire tutte le vitamine necessarie in quantità
adeguate senza alcun problema; la dieta vegan
è anch’essa tranquillamente in grado di soddisfare
le esigenze nutrizionali per quanto concerne tutte
le vitamine, tranne per la B12.
La vitamina A, essenziale
per la vista, la crescita ossea e il sistema immunitario.
Essa è contenuta nei prodotti animali e, in forma
di pro-vitamina A cioè di carotenoidi, è soprattutto
presente nella frutta e nella verdura, soprattutto
quelle di colore giallo-arancione. I carotenoidi
che costituiscono la pro-vitamina A vengono convertiti
dall’organismo in vitamina A e pertanto i vegan
e vegetariani ne assumono quantità adeguate (1).
Inoltre il vantaggio di assumere la vitamina A
in forma di carotenoidi è che questi ultimi hanno
un importante effetto antiossidante e quindi protettivo,
a differenza della vitamina A contenuta nei prodotti
animali.
La vitamina B1 (tiamina)
è essenziale per la conversione dei carboidrati
in energia e le diete vegan e vegetariane ne contengono
notevoli quantità (2) essendo essenzialmente presente
nei cereali integrali.
La vitamina B2 (riboflavina)
ha numerose funzioni essendo connessa col
funzionamento di molti enzimi del corpo umano.
E' presente soprattutto nei cibi animali ma anche
in molti vegetali (cereali integrali, broccoli,
funghi, piselli). I vegetariani ne assumono quantità
analoghe agli onnivori (3); i vegan ne assumono
quantità inferiori ma comunque sufficienti (4)
anche perché l’RDA (quantità giornaliera raccomandata)
stabilita per questo nutriente appare troppo elevata
(5).
La vitamina B3 (niacina)
è necessaria per la prevenzione della pellagra
ed è contenuta nei cereali, specie quelli integrali.
I vegan e i vegetariani ne assumono quantità largamente
sufficienti (6).
La vitamina B6 è importante
il metabolismo delle proteine ed è contenuta soprattutto
nei cereali specialmente se integrali. La sua
carenza è rara e tanto i vegetariani (6) quanto
i vegan (7) (specie questi ultimi) non hanno problemi
di carenze.
L’acido folico è necessario
per il metabolismo delle proteine e per la divisione
cellulare ed è abbondantemente contenuto nei vegetali
(broccoli, asparagi, arance, legumi, ecc.) L’assunzione
di acido folico nei vegetariani e ancor più nei
vegan, è perfettamente adeguata e superiore a
quello degli onnivori (7).
La biotina è contenuta
nei cereali, nella soia, nei pomodori, nelle arachidi
e nel lievito di birra; è presente solo in piccole
quantità nella carne. Vegan e vegetariani ne consumano
quantità adeguate, probabilmente più degli onnivori
(8).
La vitamina C è un potente
antiossidante, è necessaria a mantenere un sistema
immunitario efficiente e a prevenire lo scorbuto.
E' contenuta quasi esclusivamente nei vegetali
e in particolare nella frutta. Vegetariani e,
soprattutto, i vegan ne assumono quantità largamente
superiori agli onnivori (7).
La vitamina D ha numerose
funzioni (soprattutto per i tessuti ossei) ed
è sintetizzata dal nostro corpo in presenza di
luce solare (basta una esposizione al sole della
faccia e delle mani per 10-15 minuti 2-3 volte
la settimana) (9). In mancanza di un’adeguata
esposizione al sole, che è di gran lunga il più
importante fattore che determina la presenza di
questa vitamina nel sangue (10), i vegan devono
introdurla nella dieta tramite alimenti vegetali
fortificati (p.e. latte di soia, alcune margarine)
i vegetariani tramite i latticini. A proposito
di fonti alimentari di questa vitamina va detto
che in Italia solo il latte di soia della Nutricia
e della Valsoia sono addizionati con vitamina
D3 di sintesi, ma almeno la vitamina D3 usata
in quest’ultimo e prodotta dalla Roche contiene
gelatina estratta dalla pelle di bovini (15) e
non mi è nota l’origine animale o vegetale delle
sostanze da cui viene sintetizzata. Anche la vitamina
D3 usata nel latte della Nutricia è sintetica
(16), ma non è noto se anche per quest'ultima
valga il problema della gelatina animale. Quanto
al latte e ai latticini il loro contenuto di vitamina
D dipende solo dall’aggiunta di questa vitamina
in forma sintetica ai mangimi dati alle vacche
(17). Senza questa integrazione i latticini conterrebbero
quantità irrilevanti di vitamina D. Pertanto si
può concludere che i prodotti vegetali (p.e. latte
di soia) arricchiti non hanno nulla di meno “naturale”
del latticini dal momento che in entrambi i casi
la vitamina D3 è sintetica e aggiunta appositamente.
Si tenga presente che solo la vitamina D2 (ergocalciferolo)
addizionata ai cibi è sicuramente vegan. La vitamina
D3 (colecalciferolo) può essere di derivazione
animale. La vitamina D viene accumulata nell’organismo
e quindi quella prodotta durante i mesi estivi
può essere sufficiente anche per il periodo invernale,
sebbene sia possibile che anche chi vive in Italia
o in paesi con latitudini e climi analoghi, durante
i mesi invernali possa avere livelli ematici di
questa vitamina non ottimali o insufficienti per
minimizzare il rischio di osteoporosi. E' importante
notare anche che le persone anziane e di colore
sintetizzano meno efficacemente questa vitamina
e che le creme solari ad alto livello di protezione,
bloccando gli ultravioletti, impediscono la sintesi
della vitamina D. Del resto anche gli onnivori
che si espongono raramente alla luce solare (p.e.
per ragioni climatiche) possono incorrere in carenze
di questa vitamina.
La vitamina E è un potente
antiossidante che previene l’azione dei radicali
liberi e quindi l’invecchiamento ed è contenuta
negli oli vegetali (ma non nei grassi animali),
nelle patate dolci, nel cavolo, nelle nocciole
e altri vegetali. I vegan e i vegetariani assumono
più vitamina E degli onnivori e quindi non si
pongono problemi di carenze (11).
La vitamina K ha diverse
funzioni nel nostro organismo e la principale
è la regolazione della sintesi di alcuni fattori
della coagulazione del sangue. Le carenze (che
aumentano il rischio di emorragie) sono molto
improbabili sia per gli onnivori che per vegan
e vegetariani essendo presente in notevoli quantità
nei vegetali a foglia verde (una porzione di cavolo
verde fornisce oltre 5 volte l'RDA) (12) ed è
sintetizzata dai batteri dell'intestino.
La carnitina, talvolta
chiamata vitamina BT, non deve necessariamente
essere introdotta con la dieta dato che è prodotta
in quantità adeguate dal nostro fegato. Non è
contenuta nei vegetali, ma tanto i vegan che i
vegetariani hanno adeguati livelli ematici di
questa sostanza (13).
La
vitamina B12 nel nostro corpo ha diverse
funzioni legate alla divisione cellulare ed è
l’unica vitamina generalmente carente in una dieta
vegan, pur essendone necessaria una quantità bassissima
(1-2 microgrammi al giorno). Le fonti di questa
vitamina sono solo animali (i vegetali ne possono
contenere delle tracce, in genere non sufficienti)
e pertanto i vegetariani che includono uova e/o
latte e derivati non hanno problemi di carenza
(7) se assumono abbondanti quantità di prodotti
animali, quantità che potrebbero però risultare
dannose per quanto concerne la prevenzione delle
patologie degenerative correlate al consumo di
cibi animali. I sintomi di una carenza di questa
vitamina sono, vertigini, difficoltà di concentrazione,
formicolii, problemi della memoria, debolezza,
anemia perniciosa (caratterizzata dalla formazione
di globuli rossi di dimensioni anormali che tuttavia
nei vegan si manifesta in genere solo dopo l’insorgere
dei sintomi neurologici). Per via delle scorte
che ha il nostro organismo, la carenza di questa
vitamina può manifestarsi non prima di un anno
(ma anche dopo 20 anni) di dieta del tutto priva
di B12 (14). I prodotti vegetali fermentati (p.e.
il tempeh) che si ritenevano contenere abbondanti
quantità di questa vitamina, in realtà contengono
solo degli analoghi che non svolgono la loro funzione
nel nostro organismo (14). Alcune alghe possono
contenere piccole tracce di questa vitamina, ma
non sono una fonte affidabile. La soluzione al
problema è però comunque assai semplice. Basta
far uso di specifici lieviti alimentari contenenti
B12 (difficilmente reperibili in Italia), di prodotti
alimentari fortificati (come latte di soia, cereali,
hamburger vegetariani, ecc.) oppure integratori
alimentari che non siano di origine animale e
non siano registrati come farmaci (tutti i farmaci
sono sempre testati su animali per legge). Di
seguito l’elenco di alcuni integratori vegan:
- Solgar, Vita B12 100
- Nature’s Plus, Shot-O-B12
- Phoenix, Long Life B12
- Stur-Dee, Cod. 803 – Vitamina B12
- Pegaso, Life Plan Bilife 12
- Nature’s Plus, Vitamin B12 1000
(1) Alexander D. et al.,
European Journal of Clinical Nutrition, 48: 538-546
(1994)
(2) Janelle K.C., Barr S.I., JADA 95: 180-189
(1995).
(3) Millet P. et al. American Journal of Clinical
Nutrition, 50: 718-727 (1989)
(4) Calkins B.M. et al., American Journal of Clinical
Nutrition, 40: 896-905 (1984).
(5) Campbell T.C. et al., American Journal of
Clinical Nutrition, 51:436-445 (1990).
(6) Shultz T.D. Leklem J.E., JADA, 83: 27-33 (1983).
(7) Draper A. et al., British Journal of Nutrition,
v.69 p.3-19, 1993.
(8) Lombard K.A. Mock D.M., Journal of American
Clinical Nutrition 50: 486-490 (1989).
(9) Specker B.L. et al., J Pediatric, 107:372-376
(1985).
(10) Poskit E.M.E. et al., British Medical Journal,
1:221-223 (1979).
(11) Pronczuk et al, J Am Coll Nutr, 11: 50-55
(1992)
(12) Provisional Table of the Vitamin K Content
of Foods, USDA, Human Nutrition Information Service
HNIS/PT-104.
(13) Lombard K.A. et al., American journal of
clinical nutrition 50: 301-306 (1989).
(14) Herbert V., Vitamin B12: plant sources, requirements,
and assay. Am J Clin Nutr, 1988; 48: 852-858.
(15) ROMIS (Roche Medical Information Service),
comunicazione personale, 26/07/2000.
(16) Patrizia Furrer, Nutricia divisione IMF,
comunicazione personale, 05/02/2001.
(17) S. Focardi, servizio consumatori Parmalat,
comunicazioni personali, 07/01/2001 e 02/07/2001.
Questa domanda (per nulla peregrina)
necessita di una risposta su due piani diversi.
Sul piano puramente fattuale,
l'osservazione che attualmente la B12 sia praticamente
assente in una dieta vegan non integrata non significa
che tale alimentazione non sia naturale, ma piuttosto
che i cibi che mangiamo oggi sono diversi (cioè
hanno una composizione diversa) rispetto agli
stessi cibi che mangiavano i nostri antenati.
Un tempo la B12 era molto più diffusa a causa
della minore igiene delle acque e del cibo che
contenevano maggiori residui microbici e per esempio
in passato il Tempeh preparato artigianalmente
era una buona fonte di questa vitamina. Perciò,
in passato un'alimentazione vegan sarebbe stata
probabilmente adeguata anche quanto alla B12.
Inoltre lo studio dei mezzi che il nostro corpo
usa per ottimizzare e conservare e le nostre riserve
di questa vitamina dimostra che anche l'alimentazione
dei nostri progenitori ne conteneva quantità piuttosto
modeste (1).
Ad ogni modo, mangiare del lievito
(quello giusto) ogni tanto non è affatto "innaturale",
non più di quanto lo sia mangiare del seitan o
della pasta al pomodoro. Per quanto riguarda gli
altri nutrienti, abbiamo già visto che una dieta
vegan equilibrata non comporta particolari rischi
carenziali.
Se può essere vero che con una
dieta vegan siano più comuni alcuni errori nelle
abitudini alimentari che portino a carenze di
alcuni nutrienti, lo stesso si può dire per una
alimentazione onnivora, ovviamente per quanto
riguarda nutrienti diversi. Infatti, se un’alimentazione
vegan non corretta può portare a carenze di alcuni
minerali e vitamine, l’alimentazione onnivora
spesso comporta carenze di folati, fibre e sostanze
antiossidanti contenute solo nei vegetali. Secondo
alcuni autori (2) infatti, le patologie causate
dall’alimentazione dei paesi industrializzati
non sarebbero solo patologie causate dal eccessivo
consumo di certe sostanze (p.e. colesterolo, grassi
saturi, ecc.) contenuti nei cibi animali, ma sarebbero
anche patologie carenziali, cioè dovute alla carenza
di alcune sostanze presenti solo nei vegetali,
alcune delle quali note, altre addirittura sconosciute
almeno per quanto riguarda i loro effetti biologici
nell’organismo umano, come gli indoli, i tiocianati,
le cumarine, i fenoli, i flavonoidi, i terpeni,
gli inibitori della proteasi, gli steroli vegetali,
ecc. Si pensi, a puro titolo di esempio, agli
isoflavoni come la genisteina contenuti nella
soia che sono stati da pochi anni individuati
e solo recentemente se ne è ipotizzata una attività
preventiva nei confronti dei tumori (3) e l’osteoporosi
(4). Oppure si pensi agli alimenti integrali (solo
di origine vegetale) ricchi di fibre, ancora oggi
guardati con diffidenza da quei nutrizionisti
che dimenticano la loro fondamentale importanza
per la prevenzione di patologie (anche neoplastiche)
a carico dell’apparato digerente (5-7) e non solo
(8,9). Anche se le fibre, a torto, non sono considerate
un nutriente vero è proprio è ormai dimostrato
che la loro carenza, tipica delle diete occidentali
e rarissima nelle diete vegan e vegetariane, favorisce
l’insorgenza di diverse patologie. Inoltre, non
dimentichiamo che anche gli eccessi (p.e. di colesterolo,
grassi saturi, proteine animali) comuni nelle
diete onnivore sono almeno altrettanto pericolosi
rispetto alle carenze alimentari.
Sul piano etico, la scelta vegan
ha implicazioni molto importanti e sotto questo
aspetto è del tutto irrilevante lo stabilire se
un’azione sia o meno “naturale” (lo stupro, l'omicidio
e la violenza - cioè le conseguenze della legge
della giungla - sono quanto di più naturale e
meno moralmente giustificabile esista). Rifiutare
un comportamento apparentemente innaturale che
gioverebbe agli animali non umani e accettare
altri comportamenti più o meno innaturali che
gioverebbero ai propri simili (p.e. trattenersi
dall'uccidere per il proprio vantaggio) è specista
(*) e quindi arbitrariamente discriminatorio.
Qualunque cosa si voglia pensare a proposito della
naturalità della dieta vegan, è un fatto che mangiare
prodotti animali significhi contribuire a causare
un’immane quantità di sofferenza in miliardi di
esseri senzienti. Non crediamo che questa sofferenza
possa essere giustificata solo dal "vantaggio"
per alcuni di non dover utilizzare prodotti fortificati
o supplementi.
(*) Definire il concetto di specismo e approfondire
la questione dell’attribuzione dei diritti fondamentali
ai non-umani esula dallo scopo di queste FAQ,
essendo questioni che necessitano una trattazione
più articolata di quanto sia possibile in questa
sede. Si veda pertanto: “Liberazione Animale”,
P. Singer, Ed. Mondadori; “I diritti animali”,
T. Regan, Ed. Garzanti.
(1) The Vegetarian Way, V. e M. Messina, 1996,
Three River Press, NY, USA, Pag. 106.
(2) J. Sabaté (editor), Vegetarian nutrition,
CRC Press, 2001, Pag.26-27.
(3) Zava DT, Duwe G., Estrogenic and antiproliferative
properties of genistein and other flavonoids in
human breast cancer cells in vitro. Nutr Cancer
1997;27(1):31-40.
(4) Potter SM, Baum JA, Teng H, Stillman RJ, Shay
NF, Erdman JW Jr., Soy protein and isoflavones:
their effects on blood lipids and bone density
in postmenopausal women. Am J Clin Nutr 1998 Dec;68(6
Suppl):1375S-1379S.
(5) Howe GR, Benito E, Castelleto R, Cornee J,
Esteve J, Gallagher RP, Iscovich JM, Deng-ao J,
Kaaks R, Kune GA, et al., Dietary intake of fiber
and decreased risk of cancers of the colon and
rectum: evidence from the combined analysis of
13 case-control studies..J Natl Cancer Inst 1992
Dec 16;84(24):1887-96.
(6) Aldoori WH, Giovannucci EL, Rimm EB, Wing
AL, Trichopoulos DV, Willett WC. A prospective
study of diet and the risk of symptomatic diverticular
disease in men. Am J Clin Nutr 1994 Nov;60(5):757-64.
(7) Aldoori WH, Giovannucci EL, Stampfer MJ, Rimm
EB, Wing AL, Willett WC. Prospective study of
diet and the risk of duodenal ulcer in men. Am
J Epidemiol 1997 Jan 1;145(1):42-50.
(8) Anderson JW, Zeigler JA, Deakins DA, Floore
TL, Dillon DW, Wood CL, Oeltgen PR, Whitley RJ.
Metabolic effects of high-carbohydrate, high-fiber
diets for insulin-dependent diabetic individuals.
Am J Clin Nutr 1991 Nov;54(5):936-43.
(9) Rimm EB, Ascherio A, Giovannucci E, Spiegelman
D, Stampfer MJ, Willett WC, Vegetable, fruit,
and cereal fiber intake and risk of coronary heart
disease among men JAMA 1996 Feb 14;275(6):447-51.
Certamente sì. Anzi, ci sarebbe molta più terra
a disposizione se i vegan e i vegetariani aumentassero
di numero.
La spiegazione di questo apparente
paradosso sta nel fatto che la produzione di carne
e altri prodotti animali necessita di quantità
molto elevate di prodotti vegetali da destinare
all'alimentazione degli animali allevati, mentre
se tali prodotti vegetali fossero direttamente
destinati al consumo umano, con la stessa quantità
di derrate si potrebbero nutrire molte più persone
di quelle che è possibile nutrire utilizzando
la carne degli animali, ottenuta dalla trasformazione
degli alimenti vegetali da parte degli animali
stessi. La scelta di un'alimentazione vegetariana,
o ancor meglio vegan, può quindi rappresentare
un contributo alla soluzione del problema della
fame nel mondo. In altre parole, per produrre
una bistecca bisogna necessariamente alimentare
con del cibo vegetale l’animale che la produrrà.
L’animale trasformerà questo cibo in carne (o
latte o uova) che poi verrà consumata dall’uomo.
Tuttavia, durante questo processo di trasformazione
si hanno notevoli perdite di proteine ed energia
contenute nei vegetali, dato che parte dei nutrienti
vegetali serviranno semplicemente a sostenere
il metabolismo degli animali, a produrre tessuti
non commestibili (ossa, cartilagini, frattaglie)
e in parte andranno persi tramite gli escrementi.
Il risultato è che se destinassimo un ettaro di
terra all'allevamento bovino otterremmo in un
anno 66 Kg di proteine. Destinando lo stesso terreno
alla coltivazione della soia otterremmo nello
stesso tempo 1848 Kg di proteine, cioè 28 volte
di più (1).
Per quanto riguarda il rendimento
energetico, un ettaro coltivato a patate permette
di ottenere 102.080 Mj di energia, un ettaro coltivato
a riso 87.768 Mj (2) Invece un ettaro di terreno
destinato all'allevamento di manzo permette di
ottenere 4.796 Mj di energia mentre lo stesso
spazio adibito all'allevamento di pollame permette
di ottenere 7.056 Mj (2).
Questi dati parlano molto chiaro:
a parità di ettari di terreno utilizzati la coltivazione
di prodotti vegetali consente di alimentare molte
più persone dell’allevamento di animali da carne
e di conseguenza quante più persone seguono una
dieta vegan o vegetariana tanto meno sono le terre
necessarie a sfamare l’umanità.
(*) Questa risposta e la successiva sono basate
sull’articolo “Ecologia ed alimentazione vegetariana”,
L’idea vegetariana n.114, 1998, pag 12-16.
(1) J. Andrè, Sette miliardi di vegetariani, 1988,
Giannone Ed., Palermo. (2) F. Caporali, Ecologia per
l'agricoltura, UTET 1991.
Non ci sono dubbi: la produzione
di alimenti vegetali è molto più ecologicamente
sostenibile della produzione di carne, latte o
uova.
La prima ragione risulta evidente
dalla lettura della risposta alla domanda precedente:
se è necessaria meno terra per sfamare un vegan
o un vegetariano rispetto ad un onnivoro, è chiaro
che l’impatto ambientale di miliardi di esseri
umani che mangiano carne sarà nettamente superiore
rispetto ad un’umanità vegan o vegetariana, perché
non dovranno essere abbattute le foreste per lasciare
spazio ai pascoli e si dovrà utilizzare meno energia
sotto forma di combustibili fossili per coltivare
i campi (e questo a sua volta ridurrà l’emissione
di gas serra), meno pesticidi e meno fertilizzanti
(entrambe prodotti estremamente inquinanti).
Alcuni dati possono confermare
quanto sopra: nella foresta dell'Amazzonia l'88%
dei terreni disboscati è adibito a pascolo (1),
quasi il 70% delle zone disboscate del Costa Rica
e del Panama sono state trasformate in pascoli
(2), a partire dal 1960 oltre un quarto delle
foreste del centro America sono state spazzate
via per ottenere spazio per gli allevamenti (2);
per ottenere un Kg di farina è necessario utilizzare
circa 22 g di petrolio, per produrre un Kg di
carne è necessario impiegare 193 g di petrolio:
quasi 9 volte tanto (3), tant’è vero che secondo
Ernst U. v. Weizäcker del Wuppertal Institute
for Climate, Environment and Energy, il contributo
all'effetto serra dato dagli allevamenti è circa
pari a quello dato dalla totalità del traffico
degli autoveicoli nel mondo (4).
Non si può non accennare all’inquinamento
direttamente prodotto dagli allevamenti: In Italia
vengono prodotti annualmente circa cento milioni
di quintali di deiezioni animali. Esse sono caratterizzate
da un basso contenuto di sostanza secca da una
alto contenuto di metalli pesanti, quali zinco
e rame, che sono somministrati artificialmente
agli animali allevati e che possono raggiungere
nel terreno concentrazioni notevoli, al limite
della fitotossicità; inoltre sono causa di una
vera e propria "fecalizzazione ambientale" con
i conseguenti rischi di inquinamento microbiologico
che una simile concentrazione di deiezioni comporta
anche per le falde acquifere, sempre più contaminate
da nitrati e nitriti (5).
Oltre al contenuto organico
e al contenuto di metalli pesanti degli escrementi
animali esiste il problema dei residui dei farmaci
(soprattutto antibiotici ed ormoni) (5).
Un altro grosso problema degli
allevamenti e dei terreni coltivati a foraggio
è il loro enorme bisogno di acqua. L'acqua potabile
viene utilizzata non solo per irrigare le sempre
maggiori estensioni di terreno richieste per soddisfare
il bisogno di foraggi ma anche per pulire continuamente
le stalle ed i macelli dai residui della macellazione
e dagli escrementi oltre che per abbeverare gli
animali. Per produrre un grammo di proteine animali
è necessario usare in media 15 volte la quantità
d'acqua necessaria per produrre un grammo di proteine
vegetali e del resto basta pensare che quasi la
metà dell'acqua potabile utilizzata ogni anno
negli USA è destinata agli allevamenti (6).
(*) Questa risposta e la precedente sono basate
sull’articolo “Ecologia ed alimentazione vegetariana”,
L’idea vegetariana n.114, 1998, pag. 12-16.
(1) The Year the World
Caught Fire, rapporto del WWF International, dicembre
1997.
(2) Catherine Caulfield, "A Reporter at Large:
The Rain Forests" New Yorker, 14 gennaio 1985.
(3) Le secteur agro-alimentaire face au probleme
de l'energie, OCSE, Parigi 1982. Op. cit. in:
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(4) Jeremy Rifkin, Das Imperium der Rinder, Campus
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di Beyond Beef).
(5) Roberto Marchesini, Oltre il muro: la vera
storia di mucca pazza, 1996, Muzzio Ed., Padova.
(6) Frances Moore Lappè, Diet for a Small Planet,
Ballantine Books, 1982, pag. 80.
Se correttamente bilanciata,
un'alimentazione vegan o vegetariana è perfettamente
in grado di coprire i bisogni nutrizionali dei
bambini dopo lo svezzamento, fermo restando che
prima dello svezzamento è fortemente consigliato
l’allattamento al seno e che il latte delle madri
vegan e vegetariane è completo dal punto di vista
nutrizionale (1).
Le madri vegan, prima e durante
l’allattamento devono prestare particolare attenzione
ad assumere quantità adeguata di vitamina D (soprattutto
tramite l’esposizione al sole o integratori),
B12 (mediante cibi fortificati o integratori)
e acidi grassi essenziali (gli omega-3 in particolare,
mediante olio di lino, dato che una carenza alimentare
nelle madri potrebbe modificare la composizione
del loro latte e diminuirne il contenuto di nutrienti
essenziali per il lattante.
Anche dopo lo svezzamento l’alimentazione
vegan e vegetariana sono adeguate e infatti l’ADA
(American Dietetic Association, la più importante
associazione americana di specialisti in scienza
dell’alimentazione) ha dichiarato nel suo “Position
Statement” sulle diete vegetariane (2) che esse,
inclusa la dieta vegan correttamente integrata,
offrono tutti i principi nutritivi necessari alla
crescita e allo sviluppo del bambino e diversi
studi epidemiologici su bambini vegan e vegetariani
non macrobiotici lo confermano (3-7).
Recentemente, sono stati pubblicati
sulla rivista dell’ADA altri due articoli che
confermano in pieno l’adeguatezza della dieta
vegan correttamente bilanciata per i bambini e
i neonati (26,27) L’apporto proteico è perfettamente
adeguato: le proteine vegetali, contenute specialmente
nei legumi, contengono tutti gli aminoacidi necessari
(8,9) e nelle diete vegetariane che includono
latticini e/o uova sono ampiamente presenti le
stesse proteine animali contenute nella carne
o nel pesce. L’apporto di ferro, zinco ed altri
oligoelementi è adeguato in particolare se vengono
inclusi nella dieta legumi in abbinamento a fonti
di vitamina C (per massimizzare l’assimilazione
del ferro), frutta secca e semi (noci, pistacchi,
semi di zucca) (10-15). L’apporto di calcio è
adeguato anche nelle diete vegan purché si introducano
abbondanti quantità di vegetali ricchi di questo
minerale (16) e/o latte di soia o altri prodotti
fortificato con calcio. E' essenziale l’esposizione
al sole del bambino per almeno 20-30 minuti 2-3
volte alla settimana al fine di garantire una
sufficiente produzione di vitamina D. L’apporto
di vitamina B12 è adeguato nelle diete vegetariane
(17), ma nelle diete vegan è necessario introdurre
degli specifici lieviti alimentari o degli integratori.
Infine, è consigliabile evitare
di alimentare i bambini e i neonati con cibi ad
alto contenuto di fibre (meglio usare cereali
raffinati e semi-raffinati) che riempiono troppo
velocemente i loro piccoli stomaci e favorire
cibi a maggiore densità energetica e nutrizionale.
In conclusione, appurata l’adeguatezza delle diete
vegan e vegetariane correttamente bilanciate,
vale la pena di sottolineare che un’alimentazione
con un ridotto o nullo contenuto di cibi animali
comporta numerosi vantaggi a lungo termine per
la salute (18) in particolare in riferimento all’incidenza
delle patologie più diffuse nei paesi industrializzati
(quali cancro, patologie cardiovascolari, diabete,
ecc.).
Per quanto concerne specificatamente
l’alimentazione dei bambini, diversi studi rilevano
che i neonati alimentati con latte di latte di
mucca hanno una maggiore probabilità di ammalarsi
di diabete da adulti (19-21) e che l’arteriosclerosi
e le patologie correlate possono essere molto
più efficacemente prevenute con una alimentazione
a basso contenuto di grassi saturi (quindi essenzialmente
animali) fin dall’infanzia (22). Non si deve credere
che tali patologie siano solo proprie dell’individuo
adulto: è infatti possibile rilevare la presenza
di placche arteriosclerotiche, sviluppatesi a
partire dalla prima infanzia, anche in ragazzi
di 15 anni che seguono una dieta ricca di prodotti
animali e questo dimostra la necessità di iniziare
la prevenzione delle patologie cardiovascolari
fin dall’infanzia (23,24). Se consideriamo inoltre
che le abitudini alimentari degli adulti sono
fortemente condizionate dall’alimentazione nell’infanzia,
risulta chiara l’importanza della scelta vegetariana
a partire dallo svezzamento.
Inoltre, una dieta a basso contenuto
di cibi animali minimizza l’esposizione della
madre e del bambino a contaminanti chimici sicuramente
cancerogeni come la diossina e i PCB (policlorobifenili),
molto più concentrati in latte, uova, carne e
pesce che nei vegetali (25). In uno studio americano
è risultato che nella maggior parte dei casi il
latte delle madri onnivore contenevano 50-100
volte più PCB rispetto al latte delle madri vegetariane
(25).
(1) Messina VK, Burke
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(2) Messina M, Messina V. The Dietitian’s Guide
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(17) Draper, A. set Al., The energy and nutriente
intakes of differente types of vegetariana: a
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v.69 p.3-19, (.
(18) La bibliografia citabile sarebbe interminabile.
Per una valutazione dell’impatto negativo sulla
salute della alimentazione carnea si veda in particolare
Barnard NB, Nicholson A, Howard JL, The Medical
Cost Attributable to Meat Consumption. Preventive
Medicine; VOL 24, 1995, P646-55. Inoltre si veda
TC Campbell, C Junshi, Diet and Chronic Degenerative
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(19) Gerstein H.C., Cow's milk exposure and type
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(25) J. Hergenrather et al., New England Journal
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(26) Messina V, Mangels AR., Considerations in
planning vegan diets: children. Am Diet Assoc
2001 Jun;101(6):661-9
(27) Mangels AR, Messina V., Considerations in
planning vegan diets: infants. Am Diet Assoc 2001
Jun;101(6):670-7
Fondamentalmente, tanto i vegan
che i vegetariani dovrebbero basare la loro dieta
su abbondanti quantità di frutta e verdura fresca
(sia cotta che cruda) legumi e cereali integrali
o semi-integrali. Seitan, tofu, latti vegetali,
hamburger vegetali e comunque gli alimenti elaborati
e confezionati vanno consumati con moderazione
limitando al massimo quelli ricchi di sodio e
grassi saturi (biscotti, merendine, alcuni hamburger
vegetali, ecc.).
I vegetariani non devono seguire
particolari regole per avere una alimentazione
correttamente bilanciata, ma alcuni consigli più
specifici possono essere dati. Innanzi tutto è
imperativo non sostituire la carne aumentando
l’assunzione di altri cibi animali (latticini
e uova): così facendo i benefici per la salute
sarebbero scarsi visto che l’assunzione di grassi
animali rimarrebbe sostanzialmente inalterata
e non verrebbe aumentata significativamente l’assunzione
di cibi vegetali, i cui benefici per la salute
sono assodati. In secondo luogo è opportuno abbondare
con i legumi che forniscono proteine e ferro,
abbinandoli nello stesso pasto a cibi ad alto
contenuto di vitamina C (come la frutta) per massimizzare
l’assimilazione del ferro.
Per i vegan, è opportuno seguire
qualche regola in più. Come per i vegetariani,
è importante mangiare molti legumi abbinati a
cibi ad alto contenuto di vitamina C (questo significa
semplicemente mangiare frutta alla fine del pasto
oppure bere durante o alla fine del pasto dei
succhi di agrumi). E' consigliabile includere
nella dieta moderate quantità di semi e frutta
secca (pistacchi, mandorle, semi di zucca, noci),
ricchi di zinco e ferro. In particolare le noci,
secondo alcuni studi, sarebbero in grado di ridurre
l’incidenza di malattie cardiovascolari. E' anche
opportuno ridurre l’assunzione di zucchero e dolciumi.
E' infine essenziale introdurre nella propria
alimentazione una fonte affidabile di vitamina
B12. Qualora la propria dieta non fosse bilanciata
correttamente è possibile incorrere in qualche
carenza alimentare. Vale la pena di sottolineare
che queste carenze, se non trascurate o ignorate,
sono facilmente curabili modificando la propria
dieta o - al limite - con degli integratori, diversamente
dalle patologie degenerative causate dalla alimentazione
carnea, contro le quali la medicina moderna può
ancora poco.
Per i vegetariani, l’unica carenza
realisticamente ipotizzabile è quella di ferro.
In tal caso è opportuno aumentare l’assunzione
di legumi, broccoli, cavolo, verza, pane e altri
farinacei integrali preferibilmente lievitati
con lievito naturale e non chimico. Comunque,
per aumentare l’assimilabilità del ferro è necessario
consumare nello stesso pasto cibi contenenti questo
minerale, cibi ricchi in vitamina C e altri acidi
contenuti nella frutta (come l’acido citrico)(1).
E' inoltre preferibile evitare di mangiare nello
stesso pasto i latticini il cui calcio limita
l’assorbimento del ferro, caffè, tè, cioccolato
e vino per via del tannino che contengono. Ovviamente
sono tutte raccomandazioni da seguire con elasticità.
Per i vegan, le possibili ma
infrequenti carenze sono, oltre al ferro, iodio,
zinco, calcio, vitamina B12, vitamina D e acidi
grassi della famiglia omega-3.
Iodio: Il contenuto di
iodio dei vegetali varia molto in funzione della
terra in cui sono coltivati ed in genere è sufficiente
per le esigenze del nostro corpo. Nel caso vi
fossero dubbi è sufficiente acquistare sale iodato
al posto del sale normale. Anche le alghe, in
particolare Laminaria digitata, la Laminaria japonica,
la Alaria esculenta e la Palmaria palmata, contengono
notevoli quantità di questo minerale: un solo
grammo di Laminaria digitata secca (Kombu) ne
contiene 3-11 mg, 10-70 volte l’RDA (che è di
150-300 mcg) (2).
Zinco: è sufficiente aumentare
l’assunzione di cibi che contengono più zinco
(ceci, lenticchie, fagioli Azuki, germe di grano,
nocciole, pistacchi, semi di zucca) e diminuire
prodotti a base di soia non fermentata per via
del loro alto contenuto in fitati che ne inibiscono
l’assimilazione. Anche gli altri legumi contengono
fitati ma se fatti germogliare essi diminuiscono
notevolmente, rendendo i germogli delle ottime
fonti di zinco altamente assorbibile. I cereali
integrali contengono anch’essi acido fitico ma
anche notevolmente più zinco dei cereali raffinati
e nel complesso è meglio preferirli a questi ultimi
(3). L’assimilazione dello zinco (e del ferro)
nei cereali integrali è notevolmente facilitata
se con tali cereali vengono confezionati prodotti
lievitati con lievito naturale che riduce la presenza
di acido fitico. Inoltre, specie nei casi di carenze
e nei vegan da lungo tempo, è molto probabile
che i cereali integrali siano preferibili ai cereali
raffinati, dato che l’apparato digerente si adatta
ad una alimentazione ricca di fitati (4,5).
Calcio: siccome la questione
del calcio nell’alimentazione vegan non sia del
tutto chiarita è opportuno prestare attenzione
ad includere nella propria dieta abbondanti quantità
di legumi, broccoli, rape, cavolo oppure usare
alimenti arricchiti (p.e. alcuni tipi di latte
di soia o Riso come il Soy Drink Plus della Provamel
o il Rice Dream della Immagine Foods o alcuni
succhi di frutta). I fichi secchi contengono molto
calcio ma sono piuttosto calorici. Alcuni tipi
di tofu, quelli preparati con solfato di calcio,
sono un’ottima fonte (In Italia è distribuito
il tofu della Soy). Un’altra buona fonte di questo
minerale sono i semi di sesamo tostati (il calore
riduce il loro contenuto di acido fitico che impedisce
l’assorbimento del calcio) che possono essere
aggiunti un po’ a tutti i piatti, o il tahini.
Anche la scelta di un’acqua minerale ad alto contenuto
di calcio (che è molto variabile in funzione delle
diverse acque) può essere utile per raggiungere
la dose consigliata. Per la salute dello scheletro
è inoltre fortemente consigliabile ridurre il
consumo di sale da cucina.
Vitamina B12: le carenze
di B12 sono l’unico reale rischio di un’alimentazione
vegan praticata per lungo tempo (non meno di un
anno, in genere molto di più) senza integrazione
di vitamina B12. Oltre che per gli integratori
si può optare anche per i prodotti fortificati
(cereali, succhi di frutta, hamburger vegetali).
Vitamina D: La vitamina
D è generalmente assente nei prodotti vegetali
non fortificati ed è presente in quantità relativamente
modeste in alcuni alimenti animali. Latte e latticini
contengono vitamina D in quanto essa è appositamente
aggiunta ai mangimi delle vacche. Questa vitamina
è anche sintetizzata dalla pelle in presenza di
luce solare che, almeno durante i mesi estivi
e alle nostre latitudini, è sufficiente per garantire
una produzione adeguata di questa vitamina anche
nei vegan. Durante i mesi invernali se l'esposizione
al sole è molto limitata può essere consigliabile
un uso moderato di prodotti fortificati o supplementi
(un eccesso di assunzione di vitamina D è fortemente
tossico).
Omega-3: sebbene alcuni
studi (6-8) dimostrino che i vegetariani non siano
carenti di acidi grassi essenziali, è opportuno
che sia vegetariani che, soprattutto, i vegan
introducano nella dieta una fonte di acidi grassi
della famiglia omega-3. La migliore fonte vegetale
di questi grassi è l’olio di lino di cui sono
sufficienti un paio di cucchiaini al giorno (da
usare rigorosamente crudo, p.e. sull’insalata,
e da conservare in frigorifero) per ottenere una
quantità più che adeguata di omega-3 (2-3 grammi)
(8). Anche i semi di lino ne sono una buona fonte.
Noci e prodotti a base di soia non sgrassata (come
il latte o il tofu) contengono quantità apprezzabili
di questi acidi grassi, ma contengono anche elevate
quantità di acidi grassi omega-6 che interferiscono
con il loro metabolismo. Per ottimizzare l’utilizzo
di questi grassi da parte dell’organismo è anche
consigliabile:
-
minimizzare l’assunzione
di grassi saturi (sia di origine vegetale
che animale) e di grassi idrogenati (molto
usati nelle margarine, dolci confezionati,
merendine, gelati, ecc.);
-
limitare l’assunzione di
oli ricchi di acidi grassi omega-6 (olio di
semi di girasole e di cartamo);
-
preferire oli e cibi ricchi
di acidi grassi monoinsaturi (in primis l’olio
extravergine d’oliva e l’avocado);
-
limitare l’assunzione complessiva
di tutti i grassi.
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(8) Per una sintesi piuttosto esauriente dell’argomento
si veda Davis B., Essential Fatty Acids in Vegetarian
Nutrition, Issues In Vegetarian Nutrition, v.7,
n.4, estate 1998.
I dati epidemiologici ottenuti
da una moltitudine di studi scientifici parlano
chiaro: i vegetariani (1-16) e i vegan (8-14)
godono di salute migliore rispetto agli onnivori.
La dieta che minimizza o elimina completamente
i cibi animali è in grado di ridurre considerevolmente
l’incidenza di numerose patologie, in particolare
delle patologie degenerative che sono le prime
cause di morte nei paesi industrializzati e le
più difficili da curare (ma anche le più semplici
da prevenire minimizzando o escludendo i prodotti
animali dalla propria dieta). I vegan e i vegetariani
si ammalano considerevolmente meno di tumore,
ipertensione, arteriosclerosi, infarto, ictus,
diabete, obesità, calcoli e altre patologie (1-16).
Come abbiamo visto, questo tipo
di alimentazione non comporta rischi di carenze
se è seguita con cognizione di causa, ma anche
ammesso e non concesso che le diete vegan siano
più difficili da bilanciare in maniera corretta
(per quelle vegetariane ciò è praticamente escluso)
e che quindi sia maggiore il rischio di carenze
di certi specifici nutrienti, rimarrebbero comunque
ottimi motivi per preferire il veganismo rispetto
l’onnivorismo.
Infatti, è evidente che le possibili
ma rare carenze di una dieta vegan non correttamente
bilanciata possono essere compensate con degli
integratori in maniera molto semplice e senza
rischi. Al contrario le patologie correlate con
il consumo di alimenti animali e prevenibili in
larga misura con una alimentazione vegan, sono
difficilmente curabili e le terapie farmacologi
che e chirurgiche comportano spese, rischi e conseguenze
a lungo termine tali dal rendere indubbiamente
preferibile l’eventuale (ma non certo necessario)
ricorso ad integratori alimentari. In sintesi:
meglio un’anemia transitoria curabile con del
ferro da assumere per bocca, che un tumore maligno
al colon, o un infarto del miocardio che sono
tra le prime cause di mortalità nei paesi industrializzati.
Le conclusioni sono evidenti:
se ben bilanciate la dieta vegan e vegetariana
oltre a non comportare alcun particolare problema
carenziali, sono in grado di prevenire molte di
quelle malattie che mietono più vittime, causano
più sofferenza e comportano maggiori spese sanitarie,
nei paesi industrializzati (6). Sarebbe comunque
auspicabile un aumento degli studi epidemiologici
sulla salute dei vegan, essendo questi ultimi
a tutt’oggi relativamente scarsi.
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Si sente spesso ripetere il luogo
comune secondo cui il latte sarebbe un alimento
“completo” o addirittura indispensabile, sebbene
questa sia una affermazione del tutto priva di
basi scientifiche. Il latte è privo di numerosi
nutrienti indispensabili per l’organismo umano
(p.e. la vitamina C e il ferro) e contiene sostanze
sconsigliabili in una corretta alimentazione.
Volendo rimanere obiettivi non si può dire né
che il latte di vacca sia necessario, né che sia
da demonizzare come un veleno da evitare assolutamente.
Lungi dall’essere indispensabile il latte è un
alimento che tuttavia contiene alcuni nutrienti
indubbiamente utili, ma che può avere anche effetti
dannosi sulla nostra salute. Vediamo il perché.
Il latte contiene principalmente i seguenti nutrienti
potenzialmente utili in una dieta vegan:
-
Calcio: è presente
anche nei vegetali in quantità adeguate, se
la dieta è correttamente bilanciata. Inoltre
in una dieta vegan il fabbisogno di calcio
è probabilmente minore che nelle diete che
contengono proteine animali (vedi
domanda n.2).
-
Vitamina D: essa è
prodotta in quantità adeguata dalla pelle,
se l’esposizione al sole è sufficiente (vedi
domanda n.5). A proposito di questa vitamina
bisogna dire che essa è contenuta in quantità
modeste nel latte (circa 0.1 mcg per 100 ml
(11) a fronte di una RDA di 2,5 mcg) che certamente
non potrebbe essere considerato una fonte
sufficiente di vitamina D in assenza di una
adeguata esposizione alla luce solare. Inoltre
essa sarebbe praticamente assente nel latte
di vacca se non venisse aggiunta (in forma
sintetica o estratta da altre fonti animali)
ai mangimi dati ai bovini che di conseguenza
producono latte contenente questa vitamina
(11). Di conseguenza un latte vegetale addizionato
con vitamina D non ha nulla di meno “naturale”
del latte vaccino.
-
Vitamina B12: è generalmente
assente in una dieta vegan, ma può essere
facilmente integrata con supplementi o prodotti
fortificati (vedi
domanda n.5). Alcune marche di latte contengono
molti altri nutrienti addizionati (p.e. gli
acidi grassi della serie Omega-3), ma lo stesso
vale o potrebbe valere per il di latte di
soia arricchito o altri prodotti vegetali
arricchiti.
Il latte, tuttavia, contiene
anche:
-
Lipidi: molti dei
grassi del latte sono saturi e, a meno che
il latte non sia scremato, il contenuto lipidico
è elevato;
-
Lattosio: è causa
di problemi gastrointestinali per intolleranti
e allergici;
-
Colesterolo: l’ipercolesterolemia
è una delle principali cause di patologie
cardiovascolari. Sebbene il colesterolo introdotto
con la dieta abbia una minore importanza nell’insorgenza
dell’ipercolesterolemia rispetto al consumo
di grassi saturi, la quantità di colesterolo
presente nel latte è comunque potenzialmente
dannosa per la salute;
-
Proteine animali:
aumentano l'escrezione di calcio con le urine
(8,9) riducendo o annullando gli eventuali
vantaggi di un'elevata assunzione di calcio
(vedi
domanda n.2).
Non va inoltre dimenticato che:
-
sebbene non sia ancora definitivamente
dimostrata, la tesi che il consumo di latte
bovino nell’infanzia aumenti la probabilità
di contrarre il diabete insulino-dipendente
è confermata da diversi studi clinici (1-3);
-
come tutti i prodotti animali,
il latte contiene una quantità di inquinanti
chimici (soprattutto pesticidi, diossina e
PCB) decisamente superiore ai prodotti vegetali,
dato che gli animali, come degli "accumulatori
biologici", concentrano gli inquinanti che
assumono nei loro tessuti e quindi anche nel
latte (4);
-
numerosi studi epidemiologici
rilevano una chiara correlazione positiva
tra il consumo di latticini e il cancro alla
prostata, una delle più importati cause di
morte per tumore nella popolazione maschile
(16-20);
-
per quanto riguarda la prevenzione
dell’osteoporosi, nonostante quello che viene
generalmente creduto, i latticini non hanno
un effetto protettivo dimostrato e diversi
studi epidemiologici evidenziano che nei paesi
in cui il consumo di latticini è maggiore
è maggiore anche l’incidenza di osteoporosi
(5-7,12-14) e delle fratture ossee correlate.
Ciò può essere detto a maggior ragione per
i formaggi, che, oltre ad essere più ricchi
di grassi saturi e colesterolo del latte,
essi contengono spesso molto sodio, minerale
che aumenta l’escrezione di calcio tramite
le urine. Non per nulla una recente analisi
di tutti gli studi ad oggi pubblicati sul
rapporto tra il consumo di latticini e l’incidenza
di osteoporosi (10) ha rilevato che nella
maggior parte (il 59%) delle pubblicazioni
con risultati statisticamente significativi,
il consumo di latticini non ha effetti protettivi
nei confronti di questa patologia e il 14%
ha rilevato che i latticini aumenterebbero
addirittura l’incidenza di osteoporosi. Solo
per il 29% degli studi il latte e i suoi derivati
avrebbe un effetto protettivo. L'abitudine
invece di gran lunga più efficace nella prevenzione
dell'osteoporosi (e di molte altre patologie)
è, quella di praticare regolarmente attività
fisica. Probabilmente alcuni latticini possono
essere preferibili dal punto di vista nutrizionale.
Il latte scremato contiene meno grassi saturi
e lo yogurt contiene poco lattosio. Ciò tuttavia
non toglie che sebbene siano prodotti preferibili
ai formaggi e al latte intero essi rimangono
comunque quantomeno non necessari nell’alimentazione
umana.
In considerazione di quanto fin
qui detto è chiaro che non si possa consigliare
il consumo di latticini come mezzo di prevenzione
dell’osteoporosi, dal momento che nel complesso
i dati scientifici non confermano questa tesi.
Se a questo aggiungiamo il fatto che il contenuto
di grassi saturi, colesterolo ed inquinanti chimici
dei latticini comporta indubbiamente dei rischi
per la salute, l’unica conclusione che se ne può
trarre è che il consumo di tali alimenti non è
consigliabile. Il latte di soia addizionato con
vitamina D2, calcio e vitamina B12 potrebbe essere
un valido sostituto del latte di vacca, ma purtroppo
in Italia non è disponibile, al contrario che
in altri paesi in cui i vegan sono più numerosi
(p.e. in Inghilterra è disponibile il latte di
soia della Plamil). Esso infatti avrebbe un profilo
lipidico notevolmente migliore, non conterrebbe
colesterolo ed apporterebbe i nutrienti utili
del latte vaccino oltre ad alcune sostanze in
grado di ridurre la colesterolemia e proteggere
dai tumori, come gli isoflavoni. E' interessante
notare a questo proposito che il latte di soia
ha un effetto protettivo specifico contro il cancro
alla prostata (15), mentre il latte vaccino, come
già detto, è fortemente sospettato di aumentare
l'incidenza proprio di questo tipo di tumore.
Infine va ricordato che il latte di soia senza
alcun supplemento vitaminico e di calcio non deve
invece intendersi come un sostituto del latte
vaccino, almeno dal punto di vista nutrizionale
(dal punto di vista culinario, invece, i latti
vegetali sostituiscono ottimamente il latte vaccino).
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Anche nel caso delle uova dobbiamo
ripetere in parte quanto detto per il latte: si
tratta di un alimento che contiene alcuni nutrienti
utili, ma non ne è nel complesso consigliabile
il consumo da parte dell’uomo. L’unico nutriente
utile nell’alimentazione vegan contenuto in quantità
apprezzabili nell’uovo è essenzialmente la vitamina
B12. Le uova possono anche contenere vitamina
D, acidi grassi della serie omega-3 (se le galline
vengono alimentate con mangimi specifici) zinco
e ferro, ma questi micronutrienti non sono presenti
in genere in quantità rilevanti, specie se consideriamo
tali quantità in rapporto al contenuto di grassi,
colesterolo, calorie e proteine animali delle
uova. L’uovo contiene anche colesterolo e
grassi saturi in notevoli quantità, che possono
contribuire all’insorgere di patologie cardiovascolari
(1), oltre che proteine animali che aumentano
l’escrezione di calcio (vedi
domanda 12) favorendo l’osteoporosi in mancanza
di un elevato apporto di questo minerale. Risulta
perciò chiaro che il consumo di uova non può essere
consigliato semplicemente sulla base del suo contenuto
di vitamina B12. Consumare due o tre uova al giorno
garantirebbe l’apporto necessario di vitamina
B12, ma comporterebbe l’introduzione di quantità
notevoli di grassi saturi, colesterolo e proteine
animali, sostanze per nulla salubri e comunque
non necessarie. I prodotti fortificati possono
fornire un apporto adeguato di questa vitamina,
senza introdurre nella dieta grassi saturi o colesterolo.
Si ricordi infine che le uova, in particolare
crude e durante il periodo estivo, sono tra i
principali veicoli di salmonella mentre i prodotti
vegetali sono generalmente molto più sicuri dal
punto di vista microbiologico.
(1) RM Weggemans, PL Zock, MB Katan, Dietary cholesterol
from eggs increases the ratio of total cholesterol to
high-density lipoprotein cholesterol in humans: a
meta-analysis. American Journal of Clinical Nutrition,
Vol. 73, N.5, pagg. 885-891.
Esiste un’altra ottima ragione
(probabilmente quella più importante di tutte)
per essere vegetariani o - molto meglio - vegan,
a prescindere dai benefici per la propria salute
e per l’ambiente. Forse non tutti si rendono conto
che la produzione di carne, latte e uova significa
per miliardi di animali una esistenza fatta solo
di sofferenze che somiglia molto più ad una lunga
morte che ad una seppur breve vita. La carne che
gli uomini mangiano deriva da animali cresciuti
in allevamenti , rinchiusi in ambienti incompatibili
con le loro esigenze fisiologiche, privati di
qualunque libertà di movimento, alimentati al
solo fine di produrre il massimo nel più breve
tempo possibile e infine uccisi sistematicamente
e senza pietà in quelle macabre “catene di smontaggio”
che sono i moderni macelli. Anche se in genere
i consumatori di carne razionalizzano le loro
abitudini alimentari adducendo vari pretesti per
convincere sé e gli altri che ciò che fanno è
giusto, essi si rendono conto che la carne nei
propri piatti deriva dall’uccisione di animali.
Pertanto il problema consiste semplicemente nel
diventare consapevoli che uccidere è sbagliato,
a prescindere dalla specie a cui appartiene la
vittima.
Nel caso dei latticini e delle
uova, invece il problema principale è che la maggior
parte delle persone, inclusi moltissimi vegetariani,
è convinta - a torto - che il consumo di questi
prodotti non comporta né sofferenza, né tantomeno
morte per gli animali allevati. In realtà il consumo
di latticini è inevitabilmente la causa delle
sofferenze e della morte di un enorme numero di
animali che solo una scelta vegan può salvare.
Il perché è lungi dall'essere intuitivo, ma è
presto spiegato. Il latte viene prodotto da vacche
allevate senza tenere conto dei loro minimi bisogni
etologici, inseminate artificialmente e geneticamente
selezionate per produrne quanto più possibile,
sebbene questo induca negli animali delle tare
genetiche che sono causa di sofferenze per tutta
la loro vita. I vitelli vengono strappati dalla
nascita alle loro madri, rinchiusi in stretti
box nei quali vengono alimentati con una dieta
innaturale per renderli anemici e far sì che la
loro carne rimanga bianca e tenera come vogliono
i consumatori e, infine, vengono mandati al macello.
Se non fossero ingravidate e quindi non mettessero
al mondo i vitelli destinati al macello, le vacche
non produrrebbero latte, il cui consumo causa
queste immani sofferenze che possiamo evitare
solo diventando vegan. E' importante sottolineare
che, oltre ai vitelli, anche le vacche da latte
vengono sempre macellate per produrre carne al
termine della loro vita produttiva (molto più
breve della loro vita naturale). Basti pensare
che oltre la metà della carne consumata in Italia
deriva proprio da bovini da latte che vengono
allevati in quanto ci sono consumatori di latticini.
Purtroppo non ci sono soluzioni: nessuna vacca
produce latte senza partorire i vitelli e questi
ultimi, se maschi, sono redditizi solo se trasformati
in carne, mentre se sono femmine oltre che in
hamburger sono trasformate in macchine per la
produzione di latte. Se una persona ritiene di
doversi impegnare per minimizzare la sofferenza
inferta agli animali per causa sua, deve rendersi
conto della necessità morale del veganismo, ferma
restando la possibilità e l'opportunità dal punto
di vista nutrizionale di una alimentazione priva
di prodotti animali.
Le uova sono prodotte in sterminati
“lager di galline”: gli allevamenti intensivi
nei quali, per massimizzare la produzione, le
galline sono allevate per tutta la loro breve
vita in gabbie che lasciano ad ogni animale uno
spazio di 450 centimetri quadrati, cioè meno di
un di un foglio di carta A4. Le galline “così
fortunate” da non morire per le malattie, lo stress
o per le mutilazioni, vengono macellate per diventare
carne di seconda scelta, non appena la loro produttività
diminuisce sotto un livello fissato dall’allevatore.
A parte le condizioni infernali di allevamento
delle galline, il vero problema del consumo di
uova è a monte ed è ineliminabile. Vediamo il
perché. Parte dei pulcini che nascono negli allevamenti,
dopo aver tagliato loro il becco per evitare che
da adulti si uccidano per lo stress indotto dal
sovraffollamento delle gabbie, va a sostituire
le galline improduttive che sono già state macellate.
In parte vengono invece direttamente triturati
vivi e smaltiti come rifiuti, mentre fino a poco
tempo fa, prima dell’epidemia di BSE, erano usati
come mangime per altri animali. Anche ammesso
che un allevamento rifiutasse di macellare i pulcini
maschi e le galline vecchie, prima o poi i pulcini
maschi (praticamente privi di valore economico)
fatti nascere insieme ai pulcini femmina necessari
a sostituire le galline morte naturalmente, diventerebbero
un numero ingestibile, dato che ci sarebbe circa
un gallo (che richiederebbe nutrimento senza produrre
alcunché) per ogni gallina produttiva, oltre che
un numero enorme di galline poco o nulla produttive
perché troppo vecchie. Perciò, mentre risulta
in teoria ipotizzabile un processo produttivo
in grado di rispettare la vita delle galline,
di fatto questo rimane del tutto utopico per evidenti
ragioni economiche e logistiche. Da questo si
può facilmente dedurre che è praticamente impossibile
garantire una produzione di uova eticamente accettabile
per chi ritiene che tutti gli animali coscienti
abbiano dei diritti e, soprattutto, che consumando
uova si contribuisce di fatto a causare un'enorme
quantità di sofferenza ad un enorme numero di
animali senzienti.
A questo punto la domanda che
dobbiamo porci è una sola e cioè, mettendo su
un piatto della bilancia la propria abitudine
di mangiare prodotti animali e sull’altro l’immensa
quantità di sofferenza e morte che questa abitudine
comporta per altri esseri senzienti, da che parte
penderà l’ago della bilancia? Noi crediamo che
la risposta possa essere una sola e cioè che l’olocausto
di infinite vite coscienti nei macelli e negli
allevamenti pesi incommensurabilmente di più della
nostra abitudine alimentare che causa questo olocausto.
Va comunque detto che descrivere
e spiegare a parole la sorte degli animali da
allevamento non è sufficiente per far capire alla
gente cosa realmente avviene loro, sia che vengano
allevati per produrre carne, sia che vengano allevati
per produrre latteo uova. Ciò che davvero può
far risvegliare le coscienze sono le fotografie
o i filmati sulla realtà dei moderni allevamenti,
documenti che descrivono meglio di qualunque discorso
quello che gli animali devono subire.
Tutte le persone che si rifiutano
di diventare vegan dovrebbero vedere con i propri
occhi quello che il loro rifiuto comporta per
moltissimi esseri coscienti. Filmati e foto sono
disponibili nella sezione
Mostra fotografica e
filmati su allevamenti e macelli.
Nascondersi dietro alla paura di vedere
una realtà orribile non è un atteggiamento moralmente
accettabile. Inoltre i filmati non servono solo
a convincere sé stessi della necessità di un cambiamento
nelle proprie abitudini alimentari, ma possono
essere usati per informare e convincere anche
le persone intorno a noi. Non bisogna lasciare
che chi abusa degli animali riesca nell’intento
di nascondere le sue azioni alla gente.
I nutrienti potenzialmente utili
che il pesce fornisce a chi lo consuma sono essenzialmente
proteine e ferro, contenuti entrambe in quantità
adeguate in una dieta vegan e vegetariana (1,2)
e non è pertanto necessario introdurne ulteriormente
essendo l’eccesso di proteine e di ferro nell’alimentazione
correlati con un aumento dell’incidenza di tumori
e patologie cardiovascolari (3-7). Non va dimenticato,
che il pesce contiene anche altri grassi saturi
(molto ridotti nei cibi vegetali) e colesterolo
(del tutto assente nei prodotti vegetali), sostanze
che sicuramente aumentano l’incidenza di patologie
cardiovascolari. Infatti la dieta elaborata dal
Dr. Ornish, l’unica in grado di apportare, senza
l’uso di farmaci, sostanziali miglioramenti nelle
persone affette da malattie cardiovascolari, è
praticamente vegan e non prevede il pesce (né,
ovviamente, la carne) (11).
Secondo molti studi, alcuni
acidi grassi della famiglia degli omega-3 (l’EPA
e il DHA), contenuti soprattutto nel pesce, ridurrebbero
l’incidenza di malattie cardiovascolari, ma altre
ricerche cliniche hanno al contrario rilevato
che chi mangia spesso pesce ha una maggiore incidenza
di patologie cardiache (8) o, comunque, che il
pesce non ha effetti protettivi (9). Altri studi
rilevano che il consumo di olio di pesce aumenta
il colesterolo, diminuisce la tolleranza al glucosio,
favorendo l’insorgere del diabete, oltre che i
livelli di acido diomogammalinolenico (un acido
grasso con effetti preventivi nei confronti delle
patologie cardiovascolari e delle infiammazioni)
(23).
Infine EPA e DHA avrebbero effetti
immunosoppressori, riducendo l’attività del sistema
immunitario umano (24, 25). Comunque i cibi vegetali
(in particolare l’olio di lino, le noci, la soia
e suoi derivati) contengono un tipo di acido grasso
della famiglia degli omega-3 (l’acido alfa-linolenico)
che l’organismo umano è in grado di convertire
in DHA ed EPA (10). Perché questa conversione
sia efficiente è essenziale ridurre al minimo
il consumo di grassi saturi e idrogenati e moderare
il consumo di acidi grassi polinsaturi della serie
omega-6 (vedi
domanda 10).
In ogni caso è ampiamente dimostrato
che sia i vegetariani che, soprattutto, i vegan
hanno già una bassa incidenza delle patologie
che l’EPA e il DHA contenuti nel pesce dovrebbero
prevenire (1) tanto che l’uso di oli vegetali
ad alto contenuto di omega-3 è efficace nell’aumentare
le concentrazioni di EPA e DHA nel sangue dei
vegetariani, ma questo non riduce in maniera rilevante
i parametri ematici rilevanti per la previsione
del rischio di patologie cardiovascolari (26).
Infine una dieta ricca di pesce è anche ricca
di proteine animali che aumentano notevolmente
l’escrezione di calcio e quindi il rischio di
osteoporosi (12, 22). Consumare abbondanti quantità
di latticini per aumentare l’assunzione di calcio
probabilmente non diminuirebbe il rischio di osteoporosi
e sicuramente aumenterebbe ulteriormente i grassi
animali e i rischi correlati. Un altro problema
è l’elevato contenuto di inquinanti tossici dei
cibi animali e in particolare del pesce che è
tra le prime cause dell’esposizione umana alla
diossina (13,14) e al mercurio (15), sostanze
che ne rendono sconsigliabile il consumo per via
dei loro accertati effetti cancerogeni e neurotossici,
specie per i bambini.
A conferma di ciò, uno studio
giapponese ha dimostrato un aumento dell’incidenza
di cancro e patologie neurologiche nei consumatori
di pesce (16). La dieta migliore per limitare
al massimo l’assunzione di queste sostanze tossiche
è quella vegan (17). Questa è anche la ragione
per la quale è sconsigliabile usare olio di pesce
per aumentare il proprio consumo di grassi omega-3:
la diossina e gli altri inquinanti presenti nei
pesci si concentrano nelle parti grasse del loro
corpo e quindi è possibile che le si ritrovino,
concentrate, negli oli di pesce. Ci sono anche
ottime ragioni ecologiche per non mangiare pesce.
Infatti secondo i dati del 1994 forniti dal WWF
inglese vi sono almeno 15 specie di pesci commercialmente
sfruttabili il cui stock si è notevolmente ridotto,
12 specie il cui stock è sovrasfruttato e 3 specie
già scomparse (18).
Secondo i dati delle Nazioni
Unite, almeno 17 delle maggiori aree di pesca
nel mondo hanno raggiunto o superato il livello
di sfruttamento massimo (19). Questo sfruttamento
eccessivo ha portato ad una rapida diminuzione
del pescato ed è molto significativo che nel 1994,
secondo i dati delle Nazioni Unite, i pescatori
abbiano speso 124 miliardi di dollari per un pescato
del valore di soli 70 miliardi di dollari (19).
Il guadagno dei pescatori è stato pagato con le
sovvenzioni che gli Stati hanno erogato usando
il denaro di tutti i contribuenti. Inoltre è da
rilevare il problema degli scarti della pesca
che evidenzia chiaramente la rapacità con la quale
l'uomo sfrutta i mari. Basti pensare che, secondo
i dati della FAO, ogni anno vengono scaricati
in mare tra i 17 e i 29 miliardi di tonnellate
di pesce pescato (e quindi ormai già morto) in
quanto non gradito dai consumatori dei paesi ricchi
(18). Gli allevamenti di pesci non sarebbero una
soluzione ecologicamente ed economicamente valida
innanzitutto perché gran parte dei pesci allevati
sono alimentati con farine proteiche spesso ottenute
triturando altri pesci “di scarto” (20) pescati
a maggiori profondità. Questo non farebbe che
aumentare lo sfruttamento dei mari dato che il
mercato dei pesci meno pregiati verrebbe favorito,
contribuendo così a danneggiare gli ecosistemi
marini anche a maggiori profondità. Inoltre gli
allevamenti ittici sono altamente inquinanti (per
via delle grosse quantità di liquami prodotti
– fino ad una tonnellata di rifiuti solidi per
ogni tonnellata di pesce prodotta - e dei farmaci
utilizzati) (21), necessitano di ampi spazi lungo
le coste o di enormi quantità di acqua dolce (8
tonnellate d’acqua per ogni tonnellata di pesce
contro le 5 tonnellate per la carne di maiale)
(21) e non sono in grado di competere con le fonti
vegetali di proteine quanto ad efficienza: 5Kg
di pesci oceanici ridotti in mangime per ogni
Kg di pesce d’allevamento (21). Si ricordi infine
che tutte le considerazioni di ordine etico fatte
a proposito dell’allevamento e della macellazione
degli animali terrestri, vale anche per gli animali
acquatici.
Anche se i pesci non possono
gridare il loro dolore come fanno molti mammiferi
terrestri, questo non toglie che essi soffrano
e siano animali coscienti (27). Questo è quanto
concludeva nel settembre del 1996 il “Farm Animal
Welfare Council Report on the Welfare of Farmed
Fish” ("Rapporto sul benessere dei pesci
d'allevamento a cura del Concilio per il benessere
degli animali d'allevamento") su consultazione
del Ministero dell’Agricoltura inglese: '' … l'evidenza
scientifica (…) mostra chiaramente che il termine
'stress' è sicuramente rilevante per quanto riguarda
i pesci e che le modalità secondo le quali lo
stress si manifesta in essi sono estremamente
simili a quelle dei mammiferi. Che il temine
'dolore' possa essere fondatamente utilizzato
riferendosi ai pesci è dimostrato da studi anatomici,
fisiologici e comportamentali, i cui risultati
sono molto simili a quelli degli studi compiuti
su uccelli e mammiferi. Il fatto che i pesci siano
animali a sangue freddo non significa che essi
non possiedano un sistema nervoso che permette
di provare dolore e che questo sistema sia effettivamente
preposto a preservare la vita e massimizzare l'idoneità
biologica degli individui. Le cellule recettrici,
i neuroni e le sostanze specializzate nella
trasmissione presenti nel sistema nervoso dei
pesci sono estremamente simili a quelli presenti
nei mammiferi.''
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(26) Li D, Sinclair A, Wilson A, Nakkote S, Kelly
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alpha-linolenic acid on thrombotic risk factors
in vegetarian men. Am J Clin Nutr, 1999 May 69:5
872-82.
(27) “Fish react to stress and other environmental
challenges in much the same way as traditional
research animals”. (T. Brattelid, AJ Smith; Laboratory
Animals (2000) 34, 131-135).
Certamente sì. Le diete vegan
e vegetariane sono del tutto compatibili con un’attività
sportiva (1) anche molto intensa e sono addirittura
consigliabili per chi pratica sport di resistenza,
in virtù dell’elevato apporto di carboidrati che
è fondamentale per l’atleta (2) e più facilmente
ottenibile con questo tipo di alimentazione (1).
E' ormai noto da tempo che sono
non tanto le proteine quanto proprio i carboidrati
(e i grassi) a fornire le energie necessarie ad
un atleta. E' infatti il glicogeno presente nei
muscoli a determinare in gran parte la resistenza
muscolare dell’atleta e la produzione del glicogeno
è correlata con l’assunzione di carboidrati complessi
(1).
Quanto alle proteine, va detto
che non vi è un consenso generale sull’effettiva
necessità di un aumento dell’assunzione per chi
compie attività fisica anche intensa e alcuni
studi concludono che tale aumento non sia necessario
(3). Secondo altri studi invece il fabbisogno
proteico giornaliero aumenta da 0,8g per ogni
Kg di peso corporeo (fabbisogno normale), fino
a 1,2g -1,8g per 1Kg peso corporeo (fabbisogno
di atleti professionisti) (4). Comunque,
solo una parte di questo aumento del fabbisogno
proteico è dovuto all’aumento della massa muscolare
e gran parte di esso è invece dovuto semplicemente
all’aumento del fabbisogno energetico (4) che
potrebbe essere soddisfatto anche con una maggiore
assunzione di carboidrati complessi. A conferma
di ciò, è dimostrato che negli sportivi un’alimentazione
carente di carboidrati aumenta il fabbisogno proteico
(5).
Anche dando per dimostrata l’opportunità
per gli sportivi di assumere più proteine, va
detto che vegan e vegetariani possono senza problemi
soddisfare tale fabbisogno aumentando le calorie
consumate: i vegetariani ottengono mediamente
il 12,5% delle calorie dalle proteine e i vegan
l’11% (6), il che significa che un atleta di 80
Kg che consumasse 3600 Kcal al giorno in una dieta
vegetariana otterrebbe 1.41g di proteine per Kg
di peso corporeo (più che a sufficienza per la
stragrande maggioranza degli sportivi) e 1,2g
di proteine per Kg di peso corporeo seguendo una
dieta vegan (sufficienti per una gran parte degli
sportivi) (6). Aumentare, anche sensibilmente,
tali valori in una dieta vegan e vegetariana mantenendo
costanti le calorie introdotte è comunque fattibile
semplicemente aumentando la quantità di legumi
e diminuendo la quantità di cereali nei pasti.
Per quanto riguarda il ferro,
va detto che specialmente le donne che praticano
attività sportiva intensa sono a maggiore rischio
di carenza di questo minerale e che bassi livelli
di ferritina nel sangue possono compromettere
le prestazioni atletiche. Vegan e vegetariani
dovrebbero prestare particolare attenzione ai
valori ematici di ferritina e, solo nel caso di
effettiva carenza, ricorrere ad integratori (secondo
alcuni studi, le concentrazioni di ferritina molto
elevate aumentano l’incidenza di cancro e patologie
cardiovascolari). Ad ogni modo, gli studi recenti
compiuti sugli atleti vegetariani mostrano che
i loro parametri fisici non hanno nulla da invidiare
agli onnivori (7,8) e un famoso studio dei primi
del secolo (9) rileva una notevole prevalenza
delle prestazioni fisiche di vegetariani sugli
onnivori.
La migliore conferma della validità
delle diete vegan e vegetariane per gli sportivi
è forse il fatto che atleti come Boris Becker,
Martina Navratilova, Carl Lewis (campione olimpionico
di salto in lungo e di velocità), Piero Venturato
(due volte campione mondiale di tutte le categorie
di culturismo, oltre che sette volte campione
italiano e cinque volte campione europeo), Edwin
Moses (Campione olimpionico 400 m), Paavo Nurmi,
(venti volte campione mondiale di marcia su strada)
Alex Rabassa, (32000 Km di marcia in 500 giorni
circa) e molti altri, siano vegetariani.
(1) Nieman D.C.,
American Journal of Clinical Nutrition, 1988;48:754-61
(suppl.)
(2) Plomden M.S., Bernadot D., Journal of American
Dietetic Association 93:691-696 (1993)
(3) Millward J. et al., Proceedings of the Nutrition
Society, 1994; 53, pag.223-240.
(4) Lemon P.W., International Journal of Sport
Nutrition, 1995; 5, pag. 39-61 (Suppl.)
(5) Lemon P.W., Mullin J.P., Journal of Applied
Physiology, 1980; 48, pag.624-629.
(6) Larson D.E., Vegetarian Diet for Exercise
and Athletic Training and Performing: An Update,
Issues in Vegetarian Dietetics, vol.4, n.3, 1997
pag. 1-7. Per una sintesi dei risultati degli
studi sull’apporto proteico nelle diete vegan
e vegetariane si veda Vegan Nutrition, G. Langley,
The Vegan Society, 1995, pag. 9-11 e la bibliografia
ivi indicata.
(7) Hanne N. et al,. J Sports Med, 1986;26:180-185.
(8) Cotes J.E. et al., J Physiol 1970;209:30P-32P.
(9) Fisher I., Yale Med J, 1906-1907;13:205-221.
Nonostante vi siano molte buone
ragioni per divenire vegetariani o, ancora meglio,
vegan, i media si rifiutano di affrontare seriamente
questo argomento e spesso si schierano contro
il vegetarismo sostenendo, con l’aiuto compiacente
dell’ “esperto” nutrizionista di turno, che l’alimentazione
vegetariana è inadeguata o addirittura pericolosa,
rifiutandosi di prendere in considerazione i dati
scientifici e le ragioni morali che stanno alla
base della decisione di molti vegetariani. Le
ragioni di ciò sono almeno di duplice ordine:
economico e psicologico.
I mezzi di informazione vivono
sulla pubblicità e l’industria alimentare, in
particolare quella dei prodotti animali, è uno
dei principali acquirenti di spazi pubblicitari
nelle TV e sui giornali. E' evidente che se quella
realtà che i produttori di alimenti animali vogliono
nascondere in tutti i modi, la realtà degli allevamenti
e dei macelli, arrivasse sulle pagine dei quotidiani
e sugli schermi televisivi, il numero di vegetariani
aumenterebbe e i produttori subirebbero gravissime
perdite economiche con la conseguenza che non
vorrebbero più continuare a pagare spazi pubblicitari
sui media che hanno divulgato queste informazioni.
Ciò sarebbe drammatico per questi ultimi, in quanto
si vedrebbero privati di una considerevole parte
dei loro guadagni.
Le ragioni di ordine psicologico
sono invece più sottili e non riguardano solo
i media e i giornalisti. Non dobbiamo dimenticare
che il vegetarismo porta con sé delle conseguenze
rivoluzionarie sul piano sociale e morale: gli
animali sono esseri coscienti, in grado di soffrire
quanto gli esseri umani, inoltre gli uomini possono
vivere senza mangiare gli animali e quindi essi
non hanno il diritto di ammazzarli per il banale
scopo di procurarsi dei piaceri voluttuari.
Purtroppo la gente non ama sentirsi
dire che il proprio comportamento è moralmente
sbagliato anche perché il rendersi conto di questo
significa rinunciare ad abitudini (come quella
di mangiar carne) e a convinzioni consolidate
(p.e. che gli animali siano esseri inferiori a
nostra disposizione). insomma la gente preferisce
razionalizzare i propri atti con delle argomentazioni
pretestuose come l’inadeguatezza della dieta vegetariana,
piuttosto che metterli in discussione accettando
di ascoltare ciò che abbiamo da dire. Questa è
una delle ragioni per le quali il vegetarismo
trova dei forti ostacoli psicologici sia nell’uomo
della strada sia nelle persone che, grazie al
loro lavoro, avrebbero la possibilità di diffondere
il nostro messaggio.
Per quanto riguarda invece i
medici, bisogna dire che spesso le loro conoscenze
in campo nutrizionale non sono adeguate dato che
le facoltà di medicina non danno a questo materia
l’importanza che dovrebbe avere. Inoltre è solo
relativamente di recente che i ricercatori si
sono occupati di studiare la nutrizione vegetariana
e i vegetariani e i medici che non hanno sistematicamente
aggiornato le loro conoscenze in questi campi
non sono venuti a conoscenza dei risultati degli
studi clinici sui vegan e i vegetariani.
Infine, non si può escludere
che la classe medica sia tendenzialmente sospettosa
e prevenuta nei confronti dell’alimentazione vegetariana
a causa delle sue implicazioni di tipo filosofico.
Molti vegetariani fanno questa scelta per ragioni
etiche e cioè perché pensano che gli animali abbiano
dei diritti ed è ovvio che chi ha questa convinzione
non può che considerare criminale la sperimentazione
su animali (o vivisezione che dir si voglia),
chi la pratica e chi la difende, cioè la maggior
parte dei medici e dei ricercatori. La diffusione
del vegetarismo potrebbe portare ad una presa
di coscienza nelle persone sul problema del trattamento
degli animali, non solo nei macelli, ma anche
nei laboratori di ricerca e questo potrebbe a
sua volta mettere in pericolo carriere e guadagni
di chi ha fatto della vivisezione un business
(cioè una gran parte del mondo della ricerca biomedica,
ditte farmaceutiche incluse).
La risposta a questa domanda
è implicita (ma anche piuttosto evidente) nei
dati che abbiamo elencato nelle risposte precedenti
a proposito dell’adeguatezza del veganismo e del
vegetarismo.
Che l’uomo sia un animale onnivoro
è senz’altro vero se si dà al termine onnivoro
il significato giusto e cioè se si intende dire
che l’uomo può mangiare sia cibi vegetali che
animali. La possibilità di digerire una ampia
varietà di cibi ha costituito nel passato un notevole
vantaggio evolutivo per la specie umana dato che
ha permesso ai primi uomini di sopravvivere anche
in condizioni ambientali (e quindi di disponibilità
alimentare) critiche.
Da questo non si può però dedurre
che l’uomo, in quanto onnivoro, debba necessariamente
mangiare sia cibi vegetali che animali. La prova
migliore di questo fatto è che molti studi epidemiologici
hanno dimostrato che quanti più cibi animali un
uomo mangia, tanto maggiore è la probabilità che
esso contragga patologie degenerative (1-8); ne
possiamo dedurre che esistono cibi più adatti
all’alimentazione umana (quelli vegetali) e altri
cibi meno adatti (quelli animali). Ciò naturalmente
non toglie che l’uomo sia un onnivoro e che possa
mangiare anche cibi meno adatti alla sua fisiologia.
Del resto, anche le mucche - animali sicuramente
erbivori - vengono spesso alimentate con farine
animali, e come gli uomini che mangiano spesso
carne, contraggono patologie (p.e. la BSE) dopo
un lungo periodo di tempo.
E' quindi chiaro che gli uomini
possono mangiare cibi animali, ma questa non è
una ragione per affermare che tali cibi debbano
necessariamente essere consumati per ottimizzare
la propria salute.
(1) Djuric Z.
et al., Oxidative DNA damage levels in blood from
women at high risk for breast cancer are associated
with dietary intakes of meats, vegetables, and fruits,
Journal of The American Dietetic Association, maggio
1998, Vol. 98, n.5.
(2) Kahn H.A. et al., Association between reported
diet and all-cause mortality: 21 year follow-up
on 27,350 adult Seventh-Day Adventists. American
Journal of Epidemiology v.119 (5) p.775-787, 1984.
(3) Snowdon, D.A. et al., Meat consumption and
fatal ischaemic heart disease.
Preventive Medicine v.73 (5), pag. 490-500 (1984).
(4) Willett, W.C. et al., Relation of meat, fat
and fibre intake to the risk of colon cancer in
a prospective study among women. New England Jnl
of Medicine v.323 (24) p.1664-1672 (1990).
(5) Bidoli, E. et al., Food consumption and cancer
of the colon and rectum in North-Eastern Italy.
International Jnl of Cancer v.50, pag.223-229,
(1992).
(6) Snowdon, D.A. and Phillips. R.L., Does a vegetarian
diet reduce the occurrence of diabetes? American
Jnl of Public Health v.75 (5) p.507-512, (1985).
(7) Giovannucci, E. et al., A prospective study
of dietary fat and risk of prostate cancer. Jnl
of the National Cancer Institute v.85 (19) p.1571-1579,
(1993).
(8) Mills, P.K. et al., Cohort study of diet,
lifestyle and prostate cancer risk in Adventist
men. Cancer v.64 p.598-604, (1989).
Queste affermazioni sono spesso
ripetute dai critici dell’alimentazione vegan
e vegetariana nell’intento di dimostrare che il
problema dell’alimentazione onnivora è l’eccessivo
consumo di cibi animali, i quali, se prodotti
rispettando le norme sanitarie e consumati nelle
giuste quantità, sarebbero invece salutari o perfino
necessari.
Ci sono buone ragioni per non
condividere questa impostazione:
-
numerosi studi confermano
la correlazione tra consumo di alimenti animali
(specie la carne) e patologie degenerative
(p.e. malattie cardiovascolari, tumori, ecc.)
(7-14). Non è un caso se tra i vegan e i vegetariani
l’incidenza di tumore, di ipertensione, arteriosclerosi,
infarto, ictus, diabete, obesità, osteoporosi,
calcoli e altre patologie è significativamente
inferiore. I prodotti animali e in particolare
le carni contengono necessariamente notevoli
quantità di colesterolo e grassi saturi (sostanze
note per aumentare l’incidenza di patologie
cardiovascolari e diabete) oltre che tracce
di nitrosamine e amine eterocicliche (sostanze
cancerogene), che sono invece del tutto assenti
o presenti in quantità drasticamente minore
nell’alimentazione vegetariana. Ridurre significativamente
ma non annullare il consumo di cibi carnei,
sicuramente abbassa la probabilità di contrarre
tali patologie, esattamente come ridurre il
numero di sigarette fumate senza smettere
di fumare riduce la probabilità di contrarre
il cancro ai polmoni, ma ciò non toglie che
alcuni studi mostrino come anche piccole quantità
di carne aumentino in maniera significativa
l’incidenza di alcune patologie (15,16). Un
discorso in parte analogo, può essere fatto
per il consumo di latticini e uova, come dimostrano
alcuni studi e confronti dei fattori di rischio
nei vegan e nei vegetariani (17-22). Pertanto,
a meno di non individuare altri vantaggi per
la salute, appare comunque sconsigliabile
il consumo di cibi animali. Che esistano concreti
vantaggi associati al consumo di tali prodotti
è tuttavia assai improbabile, dato che tutti
i nutrienti che abbiano un effetto di protezione
rispetto alle più gravi e diffuse patologie
sono presenti esclusivamente, principalmente
o, quantomeno, anche nei cibi vegetali e dato
che è ampiamente dimostrata l’adeguatezza
nutrizionale del vegetarismo e del veganismo
(23). Non si dimentichi inoltre un fatto banale
ma importante: mangiare anche carne significa
mangiare meno cibi vegetali a parità di apporto
calorico e quindi ridurre inevitabilmente
la quantità consumata di cibi sicuramente
protettivi nei confronti delle patologie degenerative.
-
è vero che una parte
delle patologie causate dai cibi animali non
è dovuta ai cibi in sé, ma alle modalità di
produzione (p.e. il morbo di Creutzfeldt-Jakob).
Tuttavia rimane difficilmente contestabile
che i cibi animali siano di per sé più facilmente
contaminati da farmaci, pesticidi e organismi
patogeni. Infatti:
-
i farmaci vengono abitualmente
ed inevitabilmente utilizzati negli allevamenti
a scopi terapeutici o preventivi per evitare il
diffondersi di epidemie devastanti (1). Talvolta
i farmaci vengono usati anche con lo scopo di
accelerare l’accrescimento degli animali. E' pertanto
naturale che piccoli residui possano essere presenti
nelle carni ed è difficile stabilire con certezza
quali conseguenze possa avere l’esposizione a
tali residui nel lungo periodo;
-
i pesticidi largamente utilizzati
in agricoltura ed altri contaminanti chimici (cfr.
i famosi “polli alla diossina”) sono invece spesso
presenti nelle carni degli animali, in quanto
essi fungono da “accumulatori biologici” di queste
sostanze che sono inevitabilmente presenti, magari
in piccole quantità, nei mangimi vegetali e animali
ma che con il tempo si depositano e si concentrano
nei tessuti degli animali che li mangiano (2-4).
Non per nulla il 90% della diossina assorbita
nel corso della vita da una persona deriva dal
consumo di carne, pesce e latticini (5);
-
carne e soprattutto pesce
sono prodotti molto deperibili e facilmente contaminabili
da organismi patogeni quali la salmonella. Questa
caratteristica è intrinseca nei cibi animali e
i metodi di produzione che forniscono questi prodotti
non sono certo la soluzione del problema: sono
stati proprio i metodi di produzione intensiva
ad essere causa dell’epidemia del morbo della
mucca pazza. Non è un caso se la stragrande maggioranza
delle ospedalizzazioni dovute a contaminazioni
alimentari sono causate da cibi animali (6).
-
naturalmente, è possibile che esista una sorta
di livello di soglia del consumo di cibi animali
al di sotto del quale i rischi per la salute siano
minimi e pertanto non statisticamente rilevabili,
tuttavia:
-
vale quanto detto a
proposito del fumo: il fatto che una sigaretta
al mese non aumenti il rischio di cancro ai polmoni
in maniera rilevabile non significa che fumare
non sia dannoso per la salute;
-
introdurre piccole quantità
di prodotti animali non apporta alcun vantaggio
rilevante da un punto di vista della riduzione
dei paventati (ma assai poco provati) rischi carenziali
che le diete vegan o vegetariane comporterebbero
secondo alcuni. Infatti se è vero che probabilmente
mangiare una bistecca al mese non aumenti significativamente
le probabilità di infarto o cancro al colon è
anche vero che tale bistecca non fornirebbe un
apporto di nutrienti di una qualche rilevanza
nel complesso della propria alimentazione (una
bistecca al mese non toglie la necessità di assumere
da altre fonti la quasi totalità della vitamina
B12, zinco, ferro e proteine).
-
gli studi fino ad oggi compiuti escludono che
tutti benefici delle diete vegan e vegetariane
siano da ricercare in alcuni specifici nutrienti,
ma rilevano che è l’equilibrio complessivo di
una corretta alimentazione vegetariana (o, ancor
più, vegan) a fornire tali benefici. Da questo
si deduce che non si può pensare di ottenere gli
stessi vantaggi di una alimentazione basata su
cibi vegetali, semplicemente assumendo integratori
di fibre, vitamine o minerali: il vegetarismo
offre i vantaggi che offre in virtù dell’abbondanza
di certi tipi di alimenti e della assenza di altri.
Inoltre è evidente che, dato un certo fabbisogno
energetico giornaliero, le calorie necessarie
possono essere fornite da vari tipi di cibi, ma
scegliere di mangiare anche carne significa inevitabilmente
ridurre il consumo di vegetali, e quindi degli
alimenti maggiormente protettivi, per aumentare
il consumo di cibi nocivi per la salute;
-
anche ammesso e non concesso che le diete vegan
siano più difficili da bilanciare in maniera corretta
(per quelle vegetariane è praticamente escluso)
e che quindi sia maggiore il rischio di carenze
di certi specifici nutrienti, rimarrebbero comunque
ottimi motivi per preferire il veganismo rispetto
l’onnivorismo. Infatti è evidente che le possibili
ma rare carenze di una dieta vegan possono essere
compensate con degli integratori in maniera molto
semplice e senza rischi. Al contrario le patologie
correlate con il consumo di alimenti animali e
prevenibili in larga misura con un’alimentazione
vegan, sono difficilmente curabili e le terapie
farmacologiche e chirurgiche comportano spese,
rischi e conseguenze a lungo termine tali dal
rendere indubbiamente preferibile l’eventuale
(ma non certo necessario) ricorso ad integratori
alimentari. In sintesi: meglio un’anemia transitoria
curabile con del ferro da assumere per bocca,
che un tumore maligno al colon, o un infarto del
miocardio che sono tra le prime cause di mortalità
nei paesi industrializzati;
-
una delle ragioni per quali una dieta vegan potrebbe
teoricamente essere a maggiore rischio di carenze
è che la nostra società è diffusa una cultura
carnivora e le abitudini, la cultura alimentare
oltre che la stessa disponibilità di alimenti
sono condizionati da questo fatto, rendendo meno
facile la diffusione delle conoscenze (e degli
alimenti) necessari per seguire un’alimentazione
vegan bilanciata. Inoltre sono sempre delle ragioni
storico-culturali (la costante carenza di cibo
e quindi il prevalere di patologie carenziali
in larghe fasce della popolazione fino al recente
passato) a causare un timore ingiustificato di
“non avere abbastanza da mangiare” e quindi a
spingere la gente al consumo di cibi animali,
un tempo rari e quindi considerati “più ricchi”.
Una diffusione del veganismo, del vegetarismo
e delle loro basi culturali e scientifiche, renderebbe
più facile per la maggior parte della popolazione
l’alimentarsi in maniera corretta, senza aumentare
il rischio di carenze e diminuendo notevolmente
l’incidenza delle patologie più gravi e comuni
nei paesi occidentali.
(1)
R. Marchesini, “Oltre il muro: la vera storia
di mucca pazza”, 1996, Muzzio Ed.
(2) Hall, R. H. A new threat to public health:
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(*) Una versione adattata e senza
riferimenti bibliografici di questa FAQ è stata
pubblicata a pag. 18 del n.123 della rivista “L’idea
Vegetariana”.
Web:
Libri e newsletter
- Vegan Nutrition, G. Langley, The Vegan
Society, 1995, UK
- The Vegetarian Way, V. e M. Messina,
1996, Three River Press, NY, USA
- The Dietitian's Guide to Vegetarian Diets,
M e V. Messina, 1996, Aspen Publ., USA
- Vegetarian Nutrition, J. Sabaté (editor),
CRC Press, 2001
- Issues in Vegetarian Dietetics (dell’American
Dietetic Association)
- Vegetarian Nutrition Health Letter
(della
Loma Linda University)
Principali fonti vegetali di vitamine
(le fonti migliori sono indicate per prime):
- Vitamina A: carote, patate, pomodori,
zucche, spinaci, mango, papaia.
- Vitamina B1 (Tiamina): tutti i cereali
specie se integrali, lievito alimentare, legumi,
germe di grano, soia, arance, ananas, melone,
semi di sesamo e di girasole.
- Vitamina B2 (Riboflavina): tutti i
cereali specie se integrali, alghe, spinaci,
patate, funghi, mandorle, banane.
- Vitamina B6 (Piridossina): tutti i
cereali specie se integrali, patate, pomodori,
spinaci, avocado, banane, meloni, arance
- Vitamina B12 (Cianocobalamina): cereali,
latte di soia e altri derivati della soia ma
solo se arricchiti e alcuni lieviti alimentari
specifici. Alcune alghe ne contengono piccole
quantità naturalmente.
- Vitamina C (Acido Ascorbico):papaia,
tutti gli agrumi, fragole, broccoli, peperoni,
cavolfiore.
- Vitamina D: è prodotta naturalmente
dalla pelle in quantità adeguate con una esposizione
giornaliera al sole di braccia e volto per 10-15
minuti. Alcuni latti di soia (p.e. quello della
Valsoia) sono arricchiti di questa vitamina.
- Vitamina E: patate, mango, avocado,
mandorle, nocciole, arachidi, semi di girasole,
oli vegetali spremuti a freddo.
- Vitamina K: presente in abbondanza
in tutti i vegetali a foglia verde (in particolare
nel cavolo e lattuga).
- Acido Folico: presente in abbondanza
tutti i vegetali (in particolare broccoli. asparagi,
legumi, aranci)
- Acido Pantotenico: presente in abbondanza
tutti i vegetali
- Biotina: legumi (soia soprattutto),
cereali, mandorle, spinaci, funghi
- Niacina: tutti i cereali specie se
integrali, funghi, patate, avocado, tempeh,
noccioline.
Principali fonti vegetali di minerali
(le fonti migliori sono indicate per prime):
- Calcio: latte di soia fortificato,
cavoli, tofu (se preparato con un sale di calcio),
rapa, broccoli, acque minerali ad elevato contenuto
di calcio, semi di sesamo tostati, fichi secchi,
fagioli, ceci.
- Cromo: tutti i cereali integrali, legumi,
patate, peperoni, mele, banane, arance, mirtilli.
- Ferro: legumi, alghe, tofu (e altri
prodotti a base di soia meglio se fermentati),
cereali integrali, cavolo e crocifere in genere.
- Fosforo: tutti i vegetali, cereali,
lievito, noci.
- Iodio: alghe, tutti i vegetali, sale
iodato (il sale iodato è la migliore fonte se
le alghe non sono gradite e/o se i vegetali
consumati sono coltivati in zone montane o altre
zone i cui terreni sono poveri di iodio).
- Magnesio: tofu, tutti i legumi, tutti
i cereali, banane, arance, mele, cavolo, frutta
secca.
- Manganese: germe di grano, cereali
(specie se integrali), spinaci, tempeh, noci.
- Molibdeno: legumi e cereali (specie
se integrali).
- Potassio: asparagi, patate, agrumi,
avocado, papaia, pomodoro, cavolo, melone, legumi,
cereali integrali.
- Rame: tutti i legumi, tempeh, tahini,
noci e frutta secca, orzo.
- Selenio: cereali (specie se integrali),
legumi, funghi, broccoli, cavoli, aglio.
- Sodio: è contenuto i tutti i vegetali
e nel sale da cucina. La carenza è praticamente
impossibile.
- Zinco: germogli di legumi e semi, cereali
integrali, legumi (specie i fagioli Azuki),
tempeh, muesli, semi e noci.
(*) Da The Vegetarian Way, V. e M. Messina, 1996,
Three Rivers Press, NY, USA.
Disclaimer
Questo testo non
è assolutamente da intendersi come sostitutivo
di un consulto medico. La scelta di diventare
vegan o vegetariani deve essere ponderata ed è
sempre consigliabile consultare un medico favorevole
almeno al vegetarismo, in grado di fornire consigli
specifici e adattati ad ogni persona. L’alimentazione
vegan o vegetariana correttamente bilanciata comporta
numerosi vantaggi, ma essa non è di per sé automaticamente
bilanciata: eliminare sic et simpliciter dalla
propria alimentazione i prodotti animali non è
affatto sufficiente per alimentarsi in modo adeguato.
Perciò è decisamente consigliabile farsi una cognizione
di causa sulle basi della nutrizione e questo
testo può essere considerato come un’introduzione
a questo argomento.
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