Le
conseguenze più drammatiche del consumo di latte e carne
si verificano nel Terzo Mondo: il disboscamento operato per
far posto agli allevamenti di bovini destinati a fornire proteine
animali all'Occidente ha distrutto in pochi anni milioni di
ettari di foresta pluviale.
Ogni anno scompaiono 17 milioni di ettari di foreste tropicali.
L'allevamento intensivo non ne è la sola causa, ma
sicuramente gioca un ruolo primario:
nella foresta Amazzonica l'88% dei terreni disboscati è
stato adibito a pascolo e circa il 70 % delle zone disboscate
del Costa Rica e del Panama sono state trasformate in pascoli.
A partire dal 1960, in Brasile, Bolivia, Colombia,
America Centrale sono stati bruciati o rasi al suolo decine
di milioni di ettari di foresta, oltre un quarto dell'intera
estensione delle foreste centroamericane,
per far posto a pascoli per bovini. Per dare un'idea delle
dimensioni del problema, si pensi che ogni hamburger importato
dall'America Centrale comporta l'abbattimento e la trasformazione
a pascolo di sei metri quadrati di foresta.
Paradossalmente, questa terra non è affatto adatta
al pascolo: nell'ecosistema tropicale lo strato superficiale
del suolo contiene poco nutrimento, ed è molto sottile
e fragile. Dopo pochi anni di pascolo il suolo diventa sterile,
e gli allevatori passano ad abbattere un'altra regione di
foresta. Gli alberi abbattuti non vengono commercializzati,
risulta più conveniente bruciarli sul posto.
La geografa Susanna Hecht racconta che il 90% degli allevamenti
di bestiame nella ex-foresta amazzonica cessa l'attività
dopo circa otto anni, per ricominciare in altre zone. Si possono
percorrere centinaia di chilometri di strada nella foresta
amazzonica senza trovare altro che terre abbandonate dove
cresce una
vegetazione secondaria.
Per quanto riguarda le terre adibite alla coltivazione di
cereali per l'alimentazione animale, il continuo accorciamento
dei maggesi non lascia al suolo il tempo di rigenerarsi, accentuandone
l'erosione.
Ne conseguono sia frane ed inondazioni, sia una diminuzione
dell'approvvigionamento delle falde, il che provoca desertificazione,
disarticolazioni idrogeologiche e siccità ricorrenti.
Nelle zone semiaride, come l'Africa, lo sfruttamento dei
suoli per l'allevamento estensivo (i cui prodotti vengono
esportati nei paesi ricchi) porta alla desertificazione, cioè
alla riduzione a zero della produttività di queste
terre. Le Nazioni Unite stimano che il 70% dei terreni ora
adibiti a pascolo siano in via di desertificazione.
Anche alcune parti delle Grandi Pianure del "West"
americano si stanno trasformando in deserto. Ampi fiumi sono
diventati ruscelli o si sono prosciugati del tutto lasciando
spazio a distese di fango. Dove prima vi erano vegetazione
ed animali selvatici di ogni specie, oggi non cresce più
nulla e non vi è più vita animale.
L'allevamento estensivo di bovini è stato, e continua
a essere, la causa di tutto questo.
Per quanto riguarda il clima, la combustione di milioni di
ettari di foresta produce milioni di tonnellate di carbonio.
L'elevato consumo di energia nelle varie fasi della produzione
di carni produce grandi quantità di anidride carbonica,
che contribuisce all'effetto serra.
Dalle deiezioni animali viene prodotta una tale quantità
di metano (per ogni kg di carne, 3 etti di metano emessi durante
la ruminazione) da contribuire per il 15%-20% all'effetto
serra globale.
Inoltre, l'80%-90% dell'ammoniaca immessa nell'atmosfera viene
emessa dagli animali: questo è causa di piogge acide
che danneggiano suoli e boschi.
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